martedì 23 dicembre 2008
venerdì 7 novembre 2008
mercoledì 29 ottobre 2008
il giorno dopo: riflessione da retescuole, blog attivo nella protesta contri i decreti Gelmini/Tremonti
IL GIORNO DOPO
Il governo ha convertito in legge il decreto 137. Lo ha fatto a gran
velocità, come sta accadendo per tutti i provvedimenti che riguardano
la scuola e l'università. Si è giustamente condannata
quest'arroganza, ma non ci si è soffermati sul perché: perché
coartare tempi, porre la fiducia, impedire dibattiti? Per disprezzo
nei confronti delle Camere? Ma se dispongono di una maggioranza
larghissima! La risposta mi pare semplice: discussioni parlamentari
prolungate avrebbero facilitato la circolazione di informazioni tra
genitori e insegnanti, e dunque avrebbe aumentato la loro capacità di
reazione. Hanno sbagliato i calcoli? Direi di sì.
Il movimento, questo movimento, non cessa d'allargarsi. Non credo che
i nostri governanti, ed anche l'opposizione, si rendano davvero conto
di quel che sta accadendo nel Paese. E' un movimento dal basso,
molecolare, incontrollato che sta prendendo forma dall'inizio di
settembre, anche se della sua esistenza i media si sono accorti solo
ora. Le sue molecole sono i comitati misti genitori-insegnanti delle
elementari e delle scuole d'infanzia. Solo nel milanese ne sorgono di
nuovi quotidianamente. Il governo dice che sono manovrati dalla
sinistra. Magari, qualcuno di noi potrebbe dire. E invece è proprio
la scomparsa della sinistra e di una credibile e combattiva
opposizione che ha fatto comprendere a tutti che per salvare la
scuola si doveva far da sé, senza delegare.
Il governo spera che, grazie alla velocità d'azione, questa massa di
gente tornerà a casa. Di nuovo, si sta sbagliando. Le tappe forzate
imposte da Berlusconi hanno aumentato la rabbia e l'indignazione del
movimento. La frustrazione non si sta trasformando in senso
d'impotenza e depressione, perché in queste settimane abbiamo
sperimentato la nostra forza. Senza l'aiuto di nessuno abbiamo
imposto ai media e all'intera opinione pubblica l'urgenza della
scuola e dell'università.
E' una forza che deriva dalla determinazione, dalla fantasia, ma
anche da un fattore molto semplice, che ha spaventato sempre, nei
secoli, qualsiasi governo in carica: la forza dei numeri. Siamo
tanti. E più il movimento si ramifica dalle grandi città sino ai
piccoli comuni, più questi numeri diventano popolo. Ed è l'unico
fattore in grado di fermare chi ci governa. Berlusconi può ignorare
il movimento, ma non i sondaggi che per la prima volta lo danno in
calo, e proprio grazie alla scuola. E tra un po' ci saranno le
amministrative... La Gelmini ha dato per persi gli insegnanti,
altrimenti non direbbe tali e tante castronerie, nessuno può
permettersi però di dar per persi i genitori. Il popolo della scuola
è una valanga di lavoratori del settore, ma anche, e ancor di più:
papà, mamme, nonni, studenti...
Qualcuno in qualche stanza sta cercando di mettere in pratica le
parole che per l'età Cossiga dice ora a ruota libera, dopo averle
nascoste per anni. Non ero molto cresciuto all'epoca, ma ricordo
quando l'allora ministro degli interni chiedeva l'unità nazionale
perché gli "studenti criminali" devastavano l'Italia. L'abbiamo
sempre sospettato, ma ora lo dice lui: era tattica, e un bel po' di
vetrine le hanno spaccate i suoi agenti. Davvero pensiamo che non
ritenteranno lo stesso gioco? Di imbecilli di parte nostra disposti a
giocare il suo gioco francamente ne vedo pochini. Vedo anzi molta
ingenuità. Come quegli studenti che a Roma immaginavano che fosse
davvero possibile manifestare insieme a quelli di estrema destra.
Dobbiamo ancora e soltanto contare sul numero. E allargarlo, perché
il movimento non ha raggiunto il massimo delle sue potenzialità: non
tutte le università si sono mosse, gli insegnanti delle superiori e
delle medie sono fermi, tanti comuni piccoli e medie città devono
essere raggiunte, le assemblee informative coi genitori le dobbiamo
ancora organizzare in tanti posti... Siamo milioni, perché questi
sono i numeri della scuola e dell'università pubblica, e dobbiamo
porci nelle condizioni di "essere" quei milioni.
Alcuni immaginano che ora si torni a casa. E qui forse è mancato uno
sforzo di comunicazione da parte del movimento. Occorre dunque
ribadire alcuni concetti. Quella che è stata approvata è una legge
che è solo un pezzetto di tutti gli adeguamenti legislativi che
dovranno essere votati per far passare i tagli, tagli che sono stati
votati il 6 agosto con l'art.64 della legge n.133. Devono ancora
uscire le leggi che riguardano medie, superiori, università e scuole
d'infanzia, devono ancora uscire i loro regolamenti attuativi, come
del resto anche le misure previste dalla 137 prevedono altri passaggi
prima di essere applicate. Del resto i tagli saranno spalmati su tre
lunghi anni. Gli otto miliardi di tagli alla scuola troveranno piena
sistemazione nella legge finanziaria, che deve essere ancora votata.
Abbiamo davanti molti mesi di resistenza nelle scuole e nelle
università. Sarà dura? Sì certo, ma vediamola anche dal loro punto di
vista: una mobilitazione che non cessa e che arriverà sino al momento
delle iscrizioni, e poi della formazione degli organici, contestando
punto per punto, anno dopo anno... Non è la prima volta che una legge
è approvata e i suoi contenuti non applicati. Ne sa qualcosa Fioroni,
che pure lui avrebbe voluto tanto tagliare... (sì, meno della
Gelmini, ma la differenza tra loro, dunque, è di quantità?). Occorre
però attrezzarsi a questa lotta: consolidando le strutture di
movimento, mettendole in collegamento tra loro, praticando l'unità
dal basso, inventando forme di lotta prolungate e sostenibili...
Sento molto parlare in queste ore di referendum. E' un errore.
Significa mettere in piedi una macchina che assorbe una quantità
enorme di energie per esiti per di più incerti, e in un momento in
cui la lotta è appena cominciata. Se ne potrà parlare, certo, ma non
prima di aver percorso sino in fondo ogni possiblità di mobiltazione
nelle scuole, nelle università, nelle strade. Nel frattempo le forze
dell'opposizione istituzionale potrebbero fare una cosa molto carina:
adeguare i loro programmi e le loro proposte. Il PD è ancora
dell'idea di tagliare alla scuola pubblica non 8 ma 6 miliardi, per
esempio? La proposta di referendum però ci mostra che almeno un
passetto l'hanno fatto: la richiesta del ritiro della 137, perché
fino ad una settimana fa non erano su questa linea. Bene, ora ne
chiediamo un altro di passetto: la richiesta di abrogare gli articoli
della 133 che riguardano scuola e università. Sì, perché anche se si
facesse il referendum sulla 137, rimarrebbe la 133, ovvero i tagli. E
il dibattito sarebbe: i tagli ci sono, nelle elementari non li
attuiamo, e allora chi facciamo fuori?
Lo sciopero del 30 mostra chiaramente la strada da seguire. Certo, di
scioperi non ne potremo far tanti, ma sappiamo essere creativi nel
trovare nuove forme di lotta. E' uno sciopero indetto dalle
organizzazioni sindacali maggioritarie, ma di cui tutto il movimento
si è impossessato. Sarà uno sciopero con manifestazioni dall'ampiezza
senza precedenti. Berlusconi sperava, approvando il giorno prima il
decreto, di demotivare rispetto alla partecipazione. Il successo di
questa giornata speriamo gli mostri senza ombra di dubbio che
continua a sbagliare valutazione: siamo solo all'inizio.
La contemporaneità della crisi economica e dei tagli a scuola e
università costituisce una sorta di metafora. I governi di tutto il
mondo, dopo averci per vent'anni catechizzato sulle virtù del mercato
lasciato libero dall'intervento statale, i soldi (statali) per le
banche li hanno trovati subito. E, nello stesso identico momento,
tolgono soldi all'istruzione, in Italia, ma anche in Francia: i
soldi, che poi sono i nostri soldi, scorrono e vanno da qua a là,
dalle nostre aule ai loro conti. La manifestazione autorganizzata del
milanese il 30 sarà aperta da uno striscione retto simbolicamente da
tutti i soggetti sociali coinvolti nella lotta: maestre,
universitari, medi. C'è scritto: "scuola e università non pagheranno
la vostra crisi".
Tremonti, benefattore delle banche, Gelmini, ladra di scuola:
decidiamo noi quando la partita è chiusa.
Michele Corsi, Retescuole
sabato 25 ottobre 2008
indirizzi internet per "materiale" sulla controriforma
http://www.flcgil.it/speciali/governo_berlusconi_e_politiche_sulla_conoscenza/scuola_il_governo_scommette_sull_ignoranza
http://www.flcgil.it/notizie/news/2008/ottobre/gli_ordinamenti_della_scuola_dell_infanzia_e_del_primo_ciclo_nel_piano_programmatico_del_ministro
http://www.flcgil.it/notizie/news/2008/ottobre/istruzione_tecnica_e_professionale_le_critiche_della_flc_al_progetto_di_riordino
http://www.flcgil.it/notizie/news/2008/settembre/tagli_solo_tagli_e_nessuna_riqualificazione_della_spesa_nella_scuola_pubblica
martedì 23 settembre 2008
Petizione online, richiesta reintegro del Rls Dante De Angelis al suo posto di lavoro
Le FS hanno licenziato il macchinista/RLS
Dante De Angelis. L'aver esercitato il diritto di critica ed il ruolo di scrupoloso RLS è costato, ancora una volta, il posto di lavoro a Dante De Angelis, macchinista in forza al deposito locomotive di Roma S. Lorenzo. Con questo atto la Società vorrebbe chiudere la bocca ad un delegato che ha osato mettere in evidenza le possibili lacune, ammesse anche dallo stesso AD Moretti, che hanno determinato lo spezzamento di due Eurostar nell'arco di 10 giorni. Con questa azione, che segue quella degli 8 licenziamenti di Genova ai danni di operai che avevano già terminato l'attività di manutenzione programmata il gruppo dirigente delle FS spa apre uno scontro senza precedenti contro i lavoratori delle FS, ai quali si chiede di tacere anche quando, nel ruolo di RLS, hanno l'obbligo di segnalare ogni possibile elemento di rischio che possa pregiudicare la sicurezza dei lavoratori, dei treni e dei cittadini che ogni giorno li usano con fiducia.
Dopo le abbuffate di ipocrisia (precedenti la stesura del Testo Unico) che lo volevano al centro di un sistema virtuoso tendente al progressivo miglioramento delle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro, il ruolo del RLS, col licenziamento di Dante De Angelis, torna a essere quello delle origini: scomodo e, quindi, da ridurre al minimo, al silenzio. In più, Dante è stato licenziato perchè ha posto al servizio della collettività, dei cittadini-viaggiatori, la propria esperienza, una sorta di garanzia che, per qualità del servizio ferroviario, si potesse contare soprattutto sui diretti artefici: i ferrovieri stessi.
Per questo abbiamo tutti il dovere di rispondere in modo adeguato a questa sfida, richiedendo il reintegro immediato di Dante De Angelis.
Chi vuole aderire all’appello, invii, nome, cognome, azienda, qualifica, città, alla seguente email:
oppure andate sul sito:
http://www.firmiamo.it/campagnadisolidarietaperdantedeangelis
venerdì 22 agosto 2008
appello in difesa della scuola
Appello alla mobilitazione contro la privatizzazione della Scuola Pubblica
in difesa della libertà d'insegnamento e dei diritti dei lavoratori
Lo stato d'animo dei lavoratori della Scuola oscilla dallo sconforto alla rabbia nel rilevare la persistente inadeguatezza del sindacato e delle opposizioni nel contrastare il processo di privatizzazione dei beni comuni in generale e dell’istruzione in particolare, come se non esistesse da parte di tali soggetti la consapevolezza che ci si stia avviando precipitosamente ad un punto di non ritorno, ragion per cui occorre ora e subito senza alcun indugio una massiccia mobilitazione per contrastare un attacco senza precedenti ai principi della Costituzione, ai diritti dei lavoratori e al loro salario e all’etica stessa della convivenza civile.
Il mondo della Scuola è molto preoccupato dalle nuove norme che ridisegnano il sistema dell’istruzione, già peraltro dissestato dai provvedimenti che si sono susseguiti negli ultimi tre lustri, le quali rappresentano il grimaldello per scardinare in via definitiva ciò che resta della Scuola Pubblica: si inquadrano infatti in una strategia più ampia di demolizione di tutte le strutture pubbliche e di disintegrazione dei diritti di chi vi lavora al fine di velocizzare il trasferimento di servizi e funzioni pubbliche ai privati. La riduzione del personale che interessa tutto il pubblico impiego e riguarda la Scuola nella misura di 100.000 docenti e 43.000 del personale ATA e la chiusura di più di 2000 istituti nei piccoli comuni determinerà il collasso di un sistema fiaccato peraltro dall'enorme riduzione dei finanziamenti (circa 8 miliardi di euro entro il 2012). Infatti, come in altri settori, il governo è deciso ad imporre alla Scuola con la forza le sue scelte, con una prova “muscolare” esternata mediante l’interessamento allo stesso disegno di ben tre Ministeri: MIUR, P.A. e MEF, con il cosiddetto “commissariamento” economico del Ministro Gelmini e con l’introduzione di regole neo-autoritarie che pretendono di coprire il vuoto creato con la riduzione della Scuola ad un involucro pressoché vuoto da dare in pasto all’iniziativa privata.
Premesso che per poter ricostruire in Italia una Scuola Pubblica che sia sanata dai guasti di questi anni, è necessario abrogare le leggi Moratti, alle quali si riferiscono i pessimi interventi legislativi di questo governo, riteniamo indispensabile:
• Il ritiro del DDL n. 953/2008 Aprea, proposta di legge anticostituzionale che porterebbe a compimento la completa distruzione della Scuola dello Stato, visto tra l’altro che ogni singolo istituto avrebbe un’organizzazione di tipo aziendale, mentre gli insegnanti perderebbero totalmente la loro funzione, in quanto privi di libertà reale di insegnamento.
• Il ritiro del DDL Gelmini, presentato il 1 agosto 2008, che tra l’altro introduce, in linea con il disegno di legge Aprea, l’assunzione diretta del personale a tempo determinato con nomina biennale da parte dei dirigenti scolastici.
• L’eliminazione di tutte quelle norme, presenti in leggi e decreti vari, come il DL n. 112/2008, il DL n. 93/2008 e il DL n. 97/2008, che stravolgono la Scuola, ne deregolamentano il lavoro e le tolgono la possibilità di svolgere quel ruolo che le prescrive il testo Costituzionale, prevedendo tra l’altro tagli su tagli, incremento del rapporto alunni-docenti, accorpamento di scuole e di classi di concorso (flessibilità), diminuzione del tempo scuola, “rimodulazione dell’organizzazione didattica nella primaria” (maestro unico?). La logica di tutto si riassume nel disegno di far cassa distruggendo la Scuola e svendendola ai privati.
Pertanto le nostre rivendicazioni riguardano i seguenti punti:
- La difesa del carattere statale della Scuola di tutte e di tutti, in modo che venga garantita l’esistenza delle scuole private, ma senza oneri per lo Stato, come prevede la Costituzione.
- L’opposizione al disegno di aziendalizzazione della Scuola e dell’ingresso dei privati nella gestione degli istituti.
- La difesa dello stato giuridico professionale degli insegnanti e il rifiuto di ogni meccanismo di carriera pseudo-meritocratica, come quello previsto nel disegno di legge Aprea, con concorsi e livelli di carriera, che romperebbero i rapporti esistenti nella Scuola ancora prevalentemente solidaristici, propri di un ambiente educativo, e instaurerebbero inadatti rapporti concorrenziali tipici delle aziende.
- La difesa della libertà di insegnamento, baluardo costituzionale della laicità e della democrazia.
- La salvaguardia del contratto nazionale e il contemporaneo rifiuto della possibilità di assunzione da parte dei dirigenti scolastici, perché l’insegnante, nella sua libertà garantita dallo Stato democratico, non può dipendere della singola scuola ma dal sistema complessivo della pubblica istruzione.
- L’assunzione di tutti i precari e il superamento del precariato, che colpisce il lavoratore come persona e non permette alla Scuola di funzionare con continuità garantendo l’attuazione dei progetti didattici e la crescita dei rapporti interpersonali allievi-insegnanti.
- Il rifiuto di una deriva regionalistica dell’istruzione, quale emerge dalle strampalate proposte della Lega, che vorrebbe affidare le cattedre ai docenti autoctoni.
- La difesa dei diritti e delle tutele dei lavoratori della Scuola e, il rigetto di tutte quelle norme vessatorie, come quelle su permessi e malattie, volti a creare un clima denigratorio nei loro confronti. Essi devono poter svolgere il proprio ruolo con il rispetto di cui hanno diritto e senza preoccupazioni estranee al delicato lavoro che hanno il compito di svolgere.
- L’opposizione ai tagli di cattedre e di finanziamenti che rendono impossibile insegnare, perché in classi sovraffollate e senza finanziamenti viene reso vano ogni progetto didattico e reso impossibile l’apprendimento e la crescita educativa. Non c’è qualità senza i mezzi per fare buona scuola e questa, in nome del risparmio a senso unico, non può essere ridotta ad una caserma con docenti “militarizzati” e ridotti a “fustigatori” dei propri alunni.
- La difesa del tempo scuola, normale, pieno e prolungato con doppi insegnanti, perché l’apprendimento avviene solo con i tempi distesi e vanno rispettati i processi cognitivi di tutte e tutti.
- La difesa dell’obbligo scolastico e il rifiuto del doppio canale morattiano, che reintroduce l’incivile divisione tra scuola vera e scuola per famiglie svantaggiate.
- La salvaguardia dell’insegnamento di sostegno e del diritto all’istruzione per tutti, senza discriminazioni etniche e linguistiche e quindi difesa dell’insegnamento di sostegno in classe e per tutte le ore necessarie e garanzia dell’ausilio didattico dei mediatori linguistico-culturali per assicurare il diritto allo studio degli alunni stranieri.
Consapevoli che per evitare il baratro e rompere lo stato di assedio che vede alleati governo, poteri forti e mezzi di informazione occorre una risposta immediata, determinata e sinergica di tutti, ci rivolgiamo a quanti sentono l’importanza del ruolo svolto nella società dalla Scuola dello Stato e, in particolare, a tutte quelle persone, quei movimenti, quei soggetti politici, sindacali e associativi che in questi giorni hanno già elevato la loro protesta o comunque in passato hanno lottato contro lo sfascio prodotto dagli scorsi governi per iniziare a far sentire la nostra voce di protesta.
Inoltre facciamo appello a tutti i comitati presenti nel paese già in parte organizzati in una rete di mutuo soccorso, visto che ci troviamo di fronte ad un attacco a mitraglia da parte di questo “regime” contro i beni comuni essenziali per la vita civile; infatti, il disegno che colpisce la Scuola è un’articolazione di quello complessivo di stampo autoritario che distrugge l’ambiente e uccide nei territori i cittadini per mancanza di tutele, che militarizza le città, perseguitando gli immigrati, i rom e le persone in genere attraverso ridicole proibizioni, che salva coloro che commettono reati mentre permette la strage di operai uccisi per mancanza di sicurezza e li massacra con una deregolamentazione selvaggia dei rapporti di lavoro.
Crediamo che solo lottando tutti insieme per il bene di tutti possiamo vincere questa battaglia di civiltà e per questo chiediamo di iniziare con il segnale di una firma di tutti a questo appello!
Il Forum Insegnanti
PER ADERIRE ALL'APPELLO
> scarica il modulo per la raccolta delle sottoscrizioni da compilare, digitalizzare con lo scanner e spedire via email all’indirizzo: info@foruminsegnanti.it
> Oppure aggiungi semplicemente la tua firma on line:
http://www.foruminsegnanti.it/appello2008/
sabato 2 agosto 2008
la distruzione della scuola della repubblica!
Tremonti taglia la scuola Gelmini: sì ai grembiuli di moda
di Maristella Iervasi - L'Unità
L'Unità - sabato 2 agosto 2008 - pag. 6
Aumenta il numero di studenti per scuola: minimo 500. Si accorpano e si cancellano gli istituti, penalizzando i piccoli Comuni. Torna il 7 in condotta. Parte il sostegno ai ragazzi disabili, Ci saranno 150mila docenti e non docenti in meno.
Tremonti taglia la scuola Gelmini: sì ai grembiuli di moda
di Maristella Iervasi / Roma
Scuola massacrata. 8 miliardi di tagli all’istruzione. 150 mila posti in meno tra docenti e personale amministrativo, tecnico e ausiliario. Nei prossimi tre anni scuole a rischio nei piccoli comuni, soprattutto collinari e montuosi e istituti accorpati. È l’effetto della scure della Finanziaria (art. 64 della manovra). Nessuna protesta contro Tremonti da parte del ministro Maria Stella Gelmini. Che anzi annuncia, con enfasi, il suo primo disegno di legge: voto in condotta e una «divisa» per tutti gli studenti, visto che «ci sono case di moda interessate». Tagliente il commento di Enrico Panini, segretario generale Flc-Cgil: «I provvedimenti della Gelmini sono poco meno di un’aspirina a fronte dei 16mila miliardi di lire in meno per la scuola e l’Università svenduta ai privati».
La scure della Finanziaria All’articolo 64 della manovra prevede un piano di riduzione della spesa pari a 7 miliardi e 832 milioni di euro entro il 2012 (456 milioni nel 2009; 1.650 miliardi nel 2010; 2 mld e mezzo nel 2011 e 3,1 mild nel 2012) e di tagli indiscriminati agli organici del personale di ben 87mila posti di docente e di 43mila posti di operatori Ata. Enrico Panini, segretario generale Flc-Cgil: «Secondo i nostri conteggi la platea complessiva dei tagli è più alta e rigurderà 150mila persone: circa 100mila docenti e 47mila Ata). Mercoledì prossimo è previsto un incontro della Gelmini con i sindacati del settore, «ma difficilmente - sottolinea Panini - sapremo in quella sede come il ministro intende dare attuazione al decreto. Con l’inizio dell’anno scolastico si aprirà quindi un conflitto contro la manovra che intende chiudere centinaia e centinaia di classi nel nostro paese». Il problema infatti non è di poco conto. Il governo ha scelto di operare un taglio secco sulla scuola di 16 miliardi delle vecchie lire e a pagarne le spese saranno soprattutto le scuole dei piccoli comuni, con mille disagi per gli studenti e le loro famiglie che vivono in collina o in zone montuose. Uno dei primi interventi sarà quello di aumentare il numero minimo di studenti, attualmente fissato in 500. Di conseguenze, scuole accorpate a rotta di collo. Si interverrà anche sul numero minimo per formare una classe (in barba magari alle deroghe per le zone disagiate) e quindi intere classi o sezioni scompariranno. Insomma, ci saranno meno scuole autonome e più aggregate. E già fioccano le proteste. Il Piemonte, con l’assessore regionale Gianna Pentenero, lamenta il «disinteresse» della Gelmini: «Solo nel capoluogo torinese saranno circa 2000 gli addetti che rimarranno senza occupazione: 208 docenti in meno nella scuola dell’infanzia; 871 alla primaria; 482 alle medie e 588 alle superiori». Oltre al taglio al personale Ata e di sostegno ai disabili stimato in 1460. Preoccupata anche la Toscana: «Si rischia una vera emergenza in più della metà dei comuni sotto i 5mila abitanti: 141 su 287», sottolinea Nicola Danti, consigliere regionale del Pd. E così anche la Sicilia, che ha subito presentato un’interrogazione: «La Sicilia paga il maggior tributo di cattedre: 2551 tra insegnanti e personale Ata».
Voto in condotta Sui banchi tornano le «valutazioni comportamentali», l’ex 7 in condotta abolito nel 1988 dal ministro Luigi Berlinguer. Chi si comporta male o commette episodi di bullismo rischia la bocciatura, a prescindere dal brillante curriculum di studi. Il comportamento degli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado, verrà valutato dal consiglio di classe: concorrerà alla valutazione complessiva e potrà determinare, se insufficiente, la non ammissione all’anno successivo. Ai fini dell’ammissione all’esame di Stato, è prevista la riduzione fino ad un massimo di 5 punti di credito scolastico. «Ai miei tempi si andava dietro la lavagna», ha detto Silvio Berlusconi in conferenza stampa a Napoli dopo l’approvazione del Ddl. «La realtà del nostro sistema scolastico non induce proprio al sorriso», ha commentato Maria Pia Garavaglia, ministro ombra dell’istruzione.
Nuova materia Dal prossimo anno nella scuole secondarie sarà introdotta la disciplina: Cittadinanza e Costituzione, 33 le ore annuali di insegnamento.
Continuità didattica Lasciato alle singole scuole il reclutamento dei supplenti annuali.
Card per studenti Nasce «Io studio» per gli studenti delle superiori e, in futuro, dell’Università. Verrà distribuita a 2,5 milioni di ragazze e ragazzi.
venerdì 1 agosto 2008
ALLARME ROSSO: vogliono distruggere la scuola pubblica
ALLARME ROSSO
Vogliono distruggere definitivamente la scuola pubblica:
dai diversi appelli è tempo di far scaturire una forte mobilitazione unitaria
http://www.soscuola.com/dblog/
Il ddl Aprea, i decreti Brunetta e Tremonti, le proposte della neo ministra Gelmini mirano a portare il colpo di grazia alla scuola pubblica nazionale come prevista dalla nostra costituzione. I tagli continui agli investimenti nella formazione che si sono succeduti costantemente negli ultimi vent’anni hanno creato le premesse per la “soluzione finale”: la distruzione della scuola pubblica statale, gratuita, uguale sul territorio nazionale, tesa a elevare il livello culturale di tutte le persone.
Credo però che non basti più gridare al lupo al lupo. Da troppi anni stiamo in “emergenza” con provvedimenti e riforme che si sovrappongono in un apparente contraddittorio caos istituzionale.
Autonomia e atteggiamenti prescrittivi; aumento degli alunni nelle classi, tagli sul sostegno e sulle compresenze ma istituzione dei corsi di recupero; fine dei programmi nazionali e prova Invalsi standardizzata nazionalmente in terza media; e potremmo continuare.
Dobbiamo cercare di tirar fuori l’acqua ed unificare le isole dell’arcipelago. In realtà quello che sta accadendo in Italia sta contestualmente verificandosi in tutti i paesi economicamente “sviluppati”. Le esigenze della globalizzazione impongono di racimolare tutte le risorse per impiegarle in settori immediatamente e “direttamente” produttivi. In questa logica miope un “investimento sul futuro” poco interessa ai vari governi e la scuola appare come un insopportabile aggravio economico a cui non ci si può sottrarre forse esclusivamente in virtù delle esigenze lavorative dei genitori. In buona sostanza la scuola deve “intrattenere”: alla formazione pensano i grandi mezzi di comunicazione di massa. Inoltre alla “nuova economia” sono sufficienti pochi “meritevoli”; la restante parte della popolazione scolastica deve sognare calciatori e veline ed adeguarsi successivamente ad una vita precaria.
Il mondo della scuola deve perciò fare un salto di consapevolezza. Il “lavoro” educativo di docenti e genitori è in totale rotta di collisione con il modello sociale dominante. La scuola è oggi realmente, e per fortuna, fuori dalle mode e perciò percepita come inutile. Dobbiamo per questo continuare a mortificarci, a sentirci inadeguati, ad aggiornarci? Credo di no, credo appunto che dobbiamo fare un salto di consapevolezza, rivendicare a chiare lettere che il nostro lavoro di educatori è incompatibile con l’esistente: educhiamo all’accettazione delle diversità mentre si dà la caccia allo zingaro; invitiamo bambini, studenti e figli ad applicarsi, a studiare, a riflettere mentre i guadagni facili vengono prospettati come modello di esistenza; educhiamo al rispetto della convivenza, all’accettazione dell’errore e della possibilità di un suo superamento mentre assistiamo alla esaltazione dell’individualismo che può piegare al suo volere le stesse leggi vigenti; “premiamo” il merito incoraggiando ciascuno a migliorare le proprie abilità e conoscenze mentre ci ripropongono lo stantio concetto di merito come pura rassicurazione fotografica dell'esistente pungolando con questo la frustrazione di alcuni docenti che, riproponendosi in qualità di giudici, legittimano paradossalmente in tal modo la propria inutilità.
I sepolcri imbiancati vanno smascherati: non sono i nostri valori e comportamenti ad essere inadeguati al modello sociale: è il modello sociale che tende verso la barbarie e pretenderebbe di ridurre la scuola esclusivamente ad un parcheggio con relative zone di controllo della crescita magari con pillole per i disturbatori, bocciature per i somari ecc; la stessa logica repressiva che prima emargina e poi colpisce l’emarginato, che prima crea il bullismo, lo feticizza su you tube e poi lo “cura” con assistenti sociali, psicologi, ecc.
Gli inviti a “resistere” che in questi giorni stanno partendo da più parti (precari, comitati genitori, piccoli comuni, ecc) vanno coordinati insieme ai molteplici siti in cui compaiono appelli in difesa della scuola pubblica: a settembre è necessario arrivare a indire assemblee cittadine partecipate con piattaforme unitarie; il manifesto dei precari liguri può rappresentare un buon punto di partenza. Successivamente andrà convocata una Assemblea Nazionale delle scuole che sappia organizzare una mobilitazione diffusa in difesa della scuola pubblica. Da parte nostra il sito è a completa disposizione.
Mario Sanguinetti di SOScuola.
venerdì 25 luglio 2008
interessante articolo in difesa della professione docente
Maledetti professori
di ILVO DIAMANTI
La Repubblica, 25 luglio 2008
IL "PROFESSORE", ormai, primeggia solo fra le professioni in declino. Che insegni alle medie o alle
superiori ma anche all'università: non importa. La sua reputazione non è più quella di un tempo.
Anzitutto nel suo ambiente. Nella scuola, nella stessa classe in cui insegna. Gli studenti guardano i professori senza deferenza particolare. E senza timore. In fondo, hanno stipendi da operai specializzati (ma forse nemmeno) e un'immagine sociale senza luce. Non possono essere presi a "modello" dai giovani, nel progettare la carriera futura. Molti genitori hanno redditi e posizione professionale superiori. E poi, la cultura e la conoscenza, oggi, non vanno di moda. E' almeno da vent'anni che tira un'aria sfavorevole per le professioni intellettuali. Guardate con sospetto e sufficienza.
Siamo nell'era del "mito imprenditore" . Dell'uomo di successo che si è fatto da sé. Piccolo ma bello. E ricco. Il lavoratore autonomo,l'artigiano e il commerciante. L'immobiliarista.
E' "l'Italia che produce".
Ha conquistato il benessere, anzi: qualcosa di più. Studiando poco.
O meglio: senza bisogno di studiare troppo. In qualche caso, sfruttando conoscenze e competenze che la scuola non dà. Si pensi a quanti, giovanissimi, prima ancora di concludere gli studi, hanno intrapreso una carriera di successo nel campo della comunicazione e delle nuove tecnologie.
Competenze apprese "fuori" da scuola. Così i professori sono scivolati lungo la scala della mobilità sociale. Ai margini del mercato del lavoro. Figure laterali di un sistema - la suola pubblica - divenuto, a sua volta, laterale. Poco rispettati dagli studenti, ma anche dai genitori. I quali li criticano perché non sanno trasmettere certezze e autorità; perché non premiano il merito. Presumendo che i loro figli siano sempre meritevoli.
Si pensi all'invettiva contro i "professori meridionali" lanciata da Bossi nei giorni scorsi. Con gli occhi
rivolti - anche se non unicamente - alla commissione che ha bocciato "suo figlio" agli esami di maturità. Naturalmente in base a un pregiudizio anti-padano. I più critici e insofferenti nei confronti dei
professori sono, peraltro, i genitori che di professione fanno i professori. Pronti a criticare i metodi e
la competenza dei loro colleghi, quando si permettono di giudicare negativamente i propri figli.
Allora non ci vedono più. Perché loro la scuola e la materia la conoscono.
Altro che i professori dei loro figli. Che studino di più, che si preparino meglio.
(I professori, naturalmente, non i loro figli).
Va detto che i professori hanno contribuito ad alimentare questo clima. Attraverso i loro sindacati, che hanno ostacolato provvedimenti e riforme volti a promuovere percorsi di verifica e valutazione.
A premiare i più presenti, i più attivi, i più aggiornati, i più qualificati. Così è sopravvissuto questo sistema, che penalizza - e scoraggia - i docenti preparati, motivati, capaci, appassionati.
Peraltro, molti, moltissimi. La maggioranza. In tanti hanno preferito, piuttosto, investire in altre attività professionali, per integrare il reddito. O per ottenere le soddisfazioni che l'insegnamento, ridotto a routine, non è più in grado di offrire. Sono (siamo) diventati una categoria triste.
Negli ultimi tempi, tuttavia, il declino dei professori è divenuto più rapido. Non solo per inerzia, ma per "progetto" - dichiarato, senza infingimenti e senza giri di parole. Basta valutare le risorse destinate alla scuola e ai docenti dalle finanziarie. Basta ascoltare gli echi dei programmi di governo. Che prevedono riduzioni consistenti (di personale, ma anche di reddito): alle medie, alle superiori, all'università. Meno insegnanti, quindi. Mentre i fondi pubblici destinati alla ricerca e all'insegnamento calano di continuo. Dovrebbe subentrare il privato. Che, però, in generale se ne guarda bene. Ad eccezione delle Fondazioni bancarie. Che tanto private non sono. D'altra parte, chissenefrega. I professori, come tutti gli statali,
sono una banda di fannulloni. O almeno: una categoria da tenere sotto controllo, perché spesso disamorati e impreparati. Maledetti professori. Soprattutto del Sud. Soprattutto della scuola pubblica.
E - si sa - gran parte dei professori sono statali e meridionali.
Maledetti professori. Responsabili di questa generazione senza qualità e senza cultura. Senza valori.
Senza regole. Senza disciplina. Mentre i genitori, le famiglie, i predicatori, i media, gli imprenditori.
Loro sì che il buon esempio lo danno quotidianamente. Partecipi e protagonisti di questa società (in)civile. Ordinata, integrata, ispirata da buoni principi e tolleranza reciproca. Per non parlare del ceto politico. Pronto a supplire alle inadempienze e ai limiti della scuola. Guardate la nuova ministra: appena arrivata, ha già deciso di attribuire un ruolo determinante al voto in condotta. Con successo di pubblico e di critica.
Maledetti professori. Pretendono di insegnare in una società dove nessuno - o quasi - ritiene di aver qualcosa da imparare. Pretendono di educare in una società dove ogni categoria, ogni gruppo, ogni
cellula, ogni molecola ritiene di avere il monopolio dei diritti e dei valori.
Pretendono di trasmettere cultura in una società dove più della cultura conta il culturismo.
Più delle conoscenze: i muscoli. Più dell'informazione critica: le veline. Una società in cui conti - anzi: esisti - solo se vai in tivù. Dove puoi dire la tua, diventare "opinionista" anche (soprattutto?) se non sai nulla. Se sei una "pupa ignorante", un tronista o un "amico" palestrato, che legge solo i titoli della
stampa gossip.
Una società dove nessuno ritiene di aver qualcosa da imparare. E non sopporta chi pretende - per professione - di aver qualcosa da insegnare agli altri. Dunque, una società senza "studenti". Perché dovrebbe aver bisogno di docenti?
Maledetti professori. Non servono più a nulla. Meglio abolirli per legge.
E mandarli, finalmente, a lavorare.
mercoledì 23 luglio 2008
comunicato dell' ASS. NAZ. PER LA SCUOLA DELLA REPUBBLICA
| Uniamoci per rispondere all'attacco del Governo alla Scuola della Repubblica. di Ass. naz.le Per la Scuola della Repubblica |
a tutto il mondo della scuola nella protesta contro il disegno di scuola che viene in questi giorni sempre più delineandosi ad opera della nuova maggioranza e in particolare della sua ministra alla Pubblica Istruzione. La legge finanziaria 2008 cancella l’innalzamento dell’ “Obbligo scolastico” previsto nella Finanziaria dello scorso anno; si ritorna così al doppio canale dopo la chiusura del primo ciclo d’istruzione (legge Moratti). Lo studio considerato un privilegio, la Formazione Professionale e i Percorsi triennali di morattiana memoria, il luogo di avviamento al lavoro per la maggioranza, valido per il completamento di un “obbligo” snaturato. Il disegno è completato da altri provvedimenti in itinere; tutti tendenti a una semplificazione del sistema d’istruzione finalizzata a un risparmio generalizzato sorretto dall’idea dominante di questa maggioranza, che la conoscenza non è un bene comune ma riguarda quei pochi che possono procurarsela a pagamento. Si invoca a questo proposito il modello europeo, ma non tutti gli Stati d’Europa si ispirano ai valori fondamentali della nostra Costituzione!
non può non denunciare con forza il procedimento - divenuto consuetudine in questi ultimi anni- di introdurre provvedimenti strutturali relativi al sistema d’istruzione nelle Leggi finanziarie. Ciò consente facilmente la loro eleminazione senza che debba essere affrontato il dibattito su una apposita legge. Denunciamo parimenti la mancata abrogazione da parte del precedente governo della Legge Moratti, alla quale oggi ci rinvia l’emendamento approvato in finanziaria…... Lo smantellamento della scuola pubblica è ormai sotto gli occhi di tutti. A partire dagli attacchi ai suoi docenti e alle mancate assunzioni in ruolo. L’Associazione aderisce pertanto al sit-in indetto dai precari della scuola il prossimo 23 luglio in piazza Montecitorio dalle 11 alle 17. |
domenica 22 giugno 2008
Meno insegnanti, sarà la scuola dell’ignoranza
di Marina Boscaino - L'Unità
L'Unità - domenica 22 giugno 2008 - pag. 9
Ai 47mila tagli previsi dalla Finanziaria 2007 se ne sono andati ad aggiungere altri 100mila
Una catastrofe in termini quantitativi, che inciderà direttamente sulla qualità dell'offerta
Panini, Cgil: «E' evidente che i risultati di queste decisioni disastrose saranno pagati dal Paese»
Lo scambio sarebbe sull'aumento degli stipendi. Promessa che la Gelmini non potrà mantenere
Volontà politica e affermazioni pubbliche non sempre coincidono. Il disegno di legge finanziaria e il decreto legge collegato (approvati mercoledì dal Consiglio dei Ministri in 9 minuti) potrebbero portare nella scuola conseguenze certamente non compatibili con le dichiarazioni "programmatiche" del ministro Gelmini. Ai 47 mila tagli previsti dalla Finanziaria del 2007 se ne sono andati ad aggiungere altri 100 mila, tra insegnanti e personale Ata, di cui il 70% tra i docenti. A cominciare dall’anno 2009/2010 e nei tre successivi, dunque entro il 2012, tanti saranno i posti azzerati nella scuola italiana. Il risparmio per le casse dello Stato sarà pari a 7,832 miliardi di euro.
Le promesse mancate
Una catastrofe in termini quantitativi, che inciderà direttamente sulla qualità dell’offerta della nostra scuola, già penalizzata da anni bui di controriforme. Il dato confortante - l’unico forse - è la crescente sensibilità di una parte della stampa ai problemi dell’istruzione: ne fa fede, ad esempio, l’aumento della pubblicazione di lettere da parte di quotidiani e settimanali che lasciano spazio alla voce della scuola. Al di là dei propositi della Gelmini, ribaditi nel suo intervento alla Camera, di potenziare la scuola, si operano tagli, anche pesantissimi, in un settore che arranca da vari punti di vista; che vanno a minare, assieme a provvedimenti di analoga gravità in altri ambiti, il Welfare nel nostro Paese: un dato estremamente sintomatico. E pensare che sulla scuola il centro destra - come nei più abusati rituali delle campagne elettorali italiane, dove è abitudine dipingere il migliore dei mondi possibili - aveva affermato di voler investire.
Insegnanti e fannulloni
Il settore dell’istruzione, come tutti, soffre di alcuni sprechi: ma il taglio sul personale docente, che rappresenta la principale risorsa sulla quale puntare - attraverso una riqualificazione professionale, culturale, sociale, professionale - per migliorare la scuola, rappresenta un vero e proprio disinvestimento "programmatico", una sorta di nero su bianco nella dequalificazione dell’intero settore. Sugli insegnanti, al contrario, sarebbe opportuno spendere risorse. E non solo adeguando gli stipendi ai parametri Ocse - la "carota" sventolata negli ultimi giorni, un obiettivo per il quale è bene si sappia che il provvedimento prevede di investire solo il 30% dei risparmi e a partire dal 2010-11. E’ evidente che la campagna contro i fannulloni e le dichiarazioni relative a fantomatici impegni sul fronte dell’aumento salariale non possono basarsi su interventi "riparatori"; ma su un serio piano di investimenti che potenzi le strutture e valorizzi il personale: anche attraverso una prima formazione e una formazione in itinere adeguate all’ effettiva necessità culturale di rivedere il come e il cosa insegnare, di studiare la relazione educativa, di restituire a questa funzione una dignità perduta. Il fatto che una parte del mondo della scuola (disposta a mortificare la propria funzione e il proprio mandato), l’amministrazione e la politica abbiano storicamente accettato il tacito patto di giustificare i salari bassi con prestazioni di livello mediocre spiana la strada alle incursioni di Brunetta e al dileggio di una cospicua parte di quel giornalismo che da anni pontifica sui fannulloni e sulle inadempienze della scuola.
Le conseguenze dei tagli
100 mila posti di lavoro sono moltissimi, 1/10 degli occupati nel mondo della scuola. La domanda è quindi quali saranno le conseguenze prevedibili di questo tsunami incombente. Ce lo racconta l’art. 70, che - fissando gli obiettivi - detta alcune norme attraverso le quali perseguirli. Per la prima volta si prevede di rimettere mano agli ordinamenti, in particolare della scuola secondaria di II grado, ma non solo. Cosa significa? Significa incidere sulla formazione delle classi, aumentando il rapporto tra alunni e insegnante (e arrivando a prevedere classi di oltre 30 alunni, letteralmente l’impossibilità di una reale relazione educativa, oltre a concretizzare un ambiente di lavoro per gli insegnanti e di apprendimento per gli alunni impraticabile); abbandonare i precari alla loro sorte, spesso dopo anni di sacrifici; minare ogni criterio di continuità didattica. Significa rivedere gli organici degli uffici tecnici; incidere sulla formazione delle cattedre: meno materie per meno ore; diminuire ulteriormente il numero di minuti che costituiscono l’ora di insegnamento. Significa intervenire su tempo pieno e tempo prolungato; significa, molto probabilmente, riportare in auge la proposta scellerata del maestro unico; che se solletica reminiscenze nostalgiche e memorie deamisiciane, scardina il criterio di collegialità su cui si basa l’esperienza più significativa del nostro sistema di istruzione, quella della scuola primaria; significa tagliare sugli insegnanti di sostegno, uno dei provvedimenti di civiltà di cui la scuola italiana dovrebbe andare fiera. «Considerando che in Italia si spende già meno del 2% del Pil rispetto agli altri paesi europei, è evidente che i risultati di queste decisioni disastrose saranno pagati dal Paese. Il taglio non sarà solo a ridurre le classi o i plessi, ma ci sarà un impoverimento degli ordinamenti, che si tradurrà in un impoverimento generale del funzionamento della scuola con riflessi estremamente negativi sulla sua qualità», afferma Enrico Panini, segretario nazionale della Flcgil. Questa è la soluzione che il centrodestra intende dare ai problemi dell’istruzione. Ma non finisce qui: la manovra economica presentata mercoledì prevede per la scuola, tra l’altro, un blocco del turn over più rigido, il licenziamento dei nemici giurati di Brunetta (gli ormai famosissimi fannulloni), l’abbattimento dei tassi di assenteismo, una maggiore autonomia della dirigenza scolastica, una modifica della contrattazione integrativa. Infine una curiosa contraddizione: l’obbligo per i collegi docenti di adottare esclusivamente libri disponibili nella versione cartacea e on line per abbattere il costo dei libri di testo; una prospettiva che non tiene conto, oltre che della mole di lavoro che promette di far cadere sulle scuole, anche dell’incultura tecnologica di cui la scuola italiana è vittima; un pre-giudizio che ha fatto sì che, alla mancanza di fondi da destinare ad attrezzare le scuole italiane con adeguata strumentazione, si sia sommato il disinteresse progressivo e rassegnato da parte di molti insegnanti. Una manovra "culturale" di aggiramento di un’urgenza - quella, realmente culturale - ineludibile.
Una soluzione, dunque, da "lacrime e sangue", che si va ad aggiungere al blocco di 560 milioni di euro nella spesa ordinaria della scuola, per effetto della "clausola di salvaguardia" prevista dalla Finanziaria 2007: significa incidere pesantemente sull’attività ordinaria delle singole scuole, con grave danno per l’offerta formativa e lo svolgimento delle attività annuali. Gli insegnanti, i nuovi poveri: su di loro un rigore "esemplare", punitivo e generalizzato, una mole di lavoro aggiuntivo e nessun incentivo economico. Ancora più povero il Paese, dove l’operazione di smantellamento della scuola pubblica procede implacabile a fronte di un potenziamento irragionevole (perché non pluralista e non democratico - oltre che non costituzionale -) della scuola privata.
Per la quale si continua a chiedere di stanziare fondi.
giovedì 12 giugno 2008
nessuna riforma della scuola, solo tagli
dal sito orizzontescuola:
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/article19366.html
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L'Italia è in difficoltà economiche e la scuola deve fare la sua parte, lo ha fatto intuire il "buon" Ministro Gelmini, continuando il discorso lasciato a metà dalla precedente legislatura. Dobbiamo pagare lo scotto di una congiuntura economica negativa, ma anche di una classe borghese inetta (vera emergenza) che vive soltanto grazie ai finanziamenti statali, vedi costruzioni di mega inceneritori cancerogeni o future centrali nucleari
Rivedere organici infanzia e turn-over
Già dalle prime notizie sul programma di questo governo si intuiva la volontà di far cadere una pesante mannaia e lo avevamo messo in evidenza nell'articolo "Ancora tagli all'orizzonte per la pubblica e finanziamenti per la privata" di giorno 29 maggio. Nell'articolo, che prendeva spunto da un pezzo del Messaggero, si parlava di rapporto alunni-docenti nella scuola primaria per il quale si prospetta una significativa contrazione a discapito dei docenti. Altra contrazione messa in evidenza era quella del turn-over. Infatti per la pubblica amministrazione si prospetta un rapporto di 1 a 5, una assunzione ogni 5 pensionamenti, che, se non potrà essere applicato tout court alla scuola, lascia intuire la politica sugli organici dei prossimi anni.
Finanziamenti alle private, risparmio statale
Anche i finanziamenti alle private possono essere inserite in un contesto di risparmio della spesa pubblica. In aiuto ci viene la redazione de "Il sussidiario" che, in un articolo segnalatoci, calcola in quasi 6 miliardi di euro il risparmio statale sull'istruzione grazie alla diminuzione degli alunni ad istruzione "gratuita". Poco importa la qualità di questa istruzione "non gratutita", e qui si cita il Potenfice che non ha chiesto meri finanziamenti, ma ha parlato di giovamento "alla qualità dell'insegnamento lo stimolante confronto tra centri formativi diversi suscitati, nel rispetto dei programmi ministeriali validi per tutti, da forze popolari multiple". E infatti gli studenti fuggono verso le scuole private per evitare i corsi di recupero, sicuramente alla ricerca dello stimolo di questi centri formativi suscitati da forze popolari multiple. Parliamo di emergenza educativa causata dalla scarsa qualità del servizio delle scuole private!
Rivisitazione delle classi di concorso e razionalizzazione
Lo slogan dell'aumento degli stipendi degli insegnanti non mi convince. Il segratario nazionale della Gilda chiede al Ministro di spiegare come reperirà i fondi per gli aumenti. Di Meglio è un po' distratto, poichè il Ministro ha già riferito, ad una giornalista del Tg3: "Penso ad una razionalizzazione della rete scolastica, penso ad una rivisitazione di quella che in gergo si definisce dei curricula, e quindi ad una riduzione del monte ore elevando però la qualità e i contenuti". Il Ministro pensa a rivisitare le classi di concorso e a ridurre le ore per materia, con conseguente riduzione degli organici. Il Ministro intende reperire tali fondi tagliando, caro Di Meglio, ammesso che tali fondi saranno poi utilizzati realmente per aumentare gli stipendi; tale "slogan" non è una novità.
200.000 posti in meno
A quanto ammonteranno questi tagli? Non lo sappiamo con certezza, circola soltanto qualche notizia di corridoio raccolta da Reginaldo Palermo, che in un articolo apparso su Tecnicadellascuola.it parla di "manovra finanziaria straordinaria che il ministro Tremonti sta mettendo a punto" e che riguarderà, relativamente alla scuola, di "una contrazione degli organici della scuola che non ha precedenti nelle misure fin qui adottate dai diversi Governi. Si parla di qualcosa come 200mila posti in meno nell’arco dell’intera legislatura (comprensivi però dei 47 mila posti già previsti dalla Finanziaria 2007 del Governo Prodi)"
Con buona pace dell'emergenza scuola
lunedì 9 giugno 2008
il governo Berlusconi e la scuola
La destra vuole privatizzare la scuola pubblica
di Marina Boscaino - L'Unità
L'Unità - lunedì 9 giugno 2008 - pag. 2
IL CASO - Alla Camera il ddl Aprea: gli istituti diventeranno fondazioni, gli albi per i docenti regionali, spariranno le Rsu
La destra vuole privatizzare la scuola pubblica
di Marina Boscaino
Come in un casalingo film horror - a volte tornano. Valentina Aprea, responsabile scuola di Forza Italia e presidente della Commissione Cultura della Camera, ha tirato fuori un disegno di legge molto simile a quello che era stato esaminato in commissione durante il precedente governo Berlusconi. In quella circostanza firmatari, assieme all’Aprea, erano stati Bondi, Bonaiuti, Adornato, Cicchitto. "Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti" è il titolo del ddl, che al momento è stato assegnato in sede referente alla VII commissione. Nel testo si concretizzano tutti i timori che una parte degli insegnanti aveva prima delle elezioni; e un’idea di scuola - e soprattutto una direzione di marcia verso una riforma della scuola - completamente opposte a quelle che avremmo auspicato.
Alcune dei mutamenti più significativi: le scuole verranno trasformate in fondazioni (ma ricordiamo che la proposta era già contenuta nel decreto Bersani del 2007). Per quanto riguarda gli organi collegiali, consigli di circolo e consigli di istituto spariranno, sostituiti da consigli di amministrazione, in cui saranno presenti anche "rappresentanti dell’ente tenuto per legge alla fornitura dei locali della scuola ed esperti esterni, scelti in ambito educativo, tecnico e gestionale". Per quanto riguarda i docenti, si configura un’ulteriore rivoluzione: saranno istituiti albi regionali; la carriera sarà articolata in tre livelli (iniziale, ordinario ed esperto); l’aumento stipendiale, oltre che dall’anzianità, sarà determinato dall’appartenenza al singolo livello e a selezioni interne. Si diventa docente ordinario con concorso per soli titoli; esperto con concorso per titoli ed esami. Ciascun istituto potrà bandire autonomamente concorsi per reclutare il personale docente: niente più maxi concorsi e graduatorie. La formazione iniziale dei docenti prevede la laurea magistrale abilitante e un anno di "inserimento formativo al lavoro" presso una scuola. Infine, spariranno le Rappresentanze Sindacali Unitarie (RSU) e per i docenti verrà istituita una specifica area contrattuale.
Il silenzio di Mariastella Gelmini, probabilmente, non è sintomo di riflessività e di volontà di appropriarsi di una materia che le è del tutto sconosciuta. Il ministro è comunque intervenuto sulla questione dei debiti scolastici, con una nota ambigua, che lascia aperto il campo alle più diverse interpretazioni, che getterà le scuole in un ulteriore caos, nel caso facilmente ascrivibile, però, al ministro Fioroni, autore originario del provvedimento. Il silenzio è più ragionevolmente dovuto al fatto che nel ddl di Aprea si configurano le più rosee previsioni della proposta di legge, a firma della stessa Gelmini, del febbraio scorso. L’attacco dei "falchi" - Brunetta e Aprea - condito da una insperata, sovrabbondante dose di mercato e di liberismo d’assalto, rischia di far impallidire persino la proposta Gelmini. Che colomba non è, considerati i suoi trascorsi. Ma che attende che i colleghi panzer da sfondamento le spianino la strada per completare l’opera.
Se dovesse passare, il ddl di Valentina Aprea porterebbe una vera e propria rivoluzione nell’istruzione. In un senso che crea un esplicito e pericoloso accostamento tra scuola e azienda; in cui la concorrenza avrà una funzione fondamentale; in cui al principio della partecipazione si sostituisce quello del soddisfacimento di esigenze e bisogni individuali dell’ "utenza" (i genitori, più volte evocati); in cui la logica del profitto - sotto l’imprimatur dei termini "efficacia", "efficienza" e "modernità", buoni ormai per ogni stagione - si sostituisce alle logiche dell’art. 33 e 34 della Costituzione; in cui si sottolinea che la "sfida è quella di riallocare le risorse finanziarie destinate all’istruzione partendo dalla libertà di scelta delle famiglie, secondo i principi che le risorse seguono l’alunno ("fair founding follows the pupil"). Principio - ci ricorda l’Aprea - affermato dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, ma che nel nostro Paese, si può starne certi, rappresenterà una risposta all’"emergenza educativa" denunciata da Benedetto XVI e alla conseguente richiesta di finanziamento delle scuole cattoliche. Attraverso l’abolizione dei concorsi pubblici, inoltre, ciascuna scuola potrà reclutare il personale, secondo criteri che violeranno principi di uguaglianza e di pari opportunità: la scuola - sotto la competenza regionale - darà carta bianca, come ampiamente previsto, ai principi secessionisti. Senza parlare del fatto che la regionalizzazione porterebbe all’assenza di docenti al Nord, a un esubero al Sud - con fondi minimali - oltre a violare il principio della libera circolazione dei lavoratori. E poi quel che il ddl inserisce sotto la dizione "stato giuridico degli insegnanti" (un problema reale, al quale pure sarà necessario mettere mano con modalità e intenti diversi) è sottoposto ad una serie di punti interrogativi, alee, arbitri. Pericolosissimi.
venerdì 30 maggio 2008
il governo Berlusconi e la scuola: interessante analisi da l'unità
Se la scuola va al mercato
di Marina Boscaino - L'Unità
L'Unità - venerdì 30 maggio 2008 - pag. 26
Se la scuola va al mercato
Il duo Brunetta-Gelmini trova - come era prevedibile - un alleato fedele nei poteri forti che sovrintendono alla scuola nei tempi bui. Giorgio Vittadini, ex presidente nazionale della Compagnia delle Opere, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, un’altra società facente capo a Comunione e Liberazione, dalla prima pagina de il Giornale di qualche tempo fa, ha lanciato «Tre idee per la scuola»: parità, autonomia, valutazione.
Una prima osservazione: il centrodestra sembra aver capito il fondamentale ruolo che la scuola può giocare nel panorama del Paese. Nonostante sull’argomento in campagna elettorale non abbiano speso parole diverse da quelle che annunciavano il ritorno della scuola delle “3i”, dopo la vittoria elettorale la scuola ha assunto un ruolo di primo piano nelle esternazioni di molti membri del Governo; oltre alle discutibili anticipazioni dei ministri dell’Istruzione e dell’Università e dell’Amministrazione e Innovazione, il presidente della Camera Fini e lo stesso premier sono tornati diverse volte sull’argomento, direttamente e non.
La cosa non può rallegrare chi ha a cuore la sorte della scuola pubblica; né chi crede realmente al fatto che la cura della scuola rappresenti il punto di partenza per una rinascita effettiva - sul piano culturale e civile - del Paese. Tra le tante cose che il “rinnovato” centrodestra sembra aver capito, c’è anche il fatto che la scuola è un vero e proprio albero di trasmissione di istanze e modelli. E che quindi su di essa si debba investire ideologicamente per creare consenso e forgiare coscienze.
Nell’articolo di Vittadini si lascia molto spazio alla parola “libertà”. Il partigiano “morto per la libertà” è uno sbiadito ricordo, che molti tendono a liquidare: non va più di moda. E da qualche tempo, nei fatti, si recita il requiem per il significato che a quella parola ha attribuito una porzione importante della storia del Novecento. L’abuso del termine e l’assimilazione di esso a modelli economici “vincenti” ne limita potenzialità e ne cancella la tradizione, appiattendolo su significati economicisti, individualisti, non solidali.
Appellandosi alla legge 62/2000 (la Berlinguer sulla parità scolastica, la madre di tutte le derive privatistiche) Vittadini propone di «attuare anche a livello nazionale, come già preannunciato dal ministro Gelmini, quella parità economica tra scuola dello Stato e privata che, laddove si è cominciato a fare in alcune regioni con l’adozione di voucher, ha raggiunto risultati lusinghieri (...). Occorre dare soldi alle famiglie con parametri di equità e poi riconoscere loro la facoltà di scegliere le scuole che preferiscono per il bene del ragazzo».
Requiem anche per l’art. 33 della Costituzione, che come è noto, prevede che «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato»: lo scardinamento totale della centralità del sistema pubblico. Già, pubblico: un’altra parola che non va più di moda, con la scusa di omologarla ad inefficienza, a demotivazione, a inerzia elefantiaca.
Invece di curare le cause di questo spesso legittimo accostamento, si approfitta per buttare il bambino con l’acqua sporca, liquidando - insieme alla scuola pubblica - i valori che essa configura: tutela di pari opportunità per tutti i cittadini; laicità; garanzia della rimozione degli ostacoli che garantiscono l’uguaglianza; accoglienza, emancipazione, condivisione nella diversità; libertà di insegnamento e diritto allo studio. Gettare frettolosamente tali principi nelle fauci di quell’esigente Minotauro che si chiama mercato, si sa, è una delle massime ambizioni del centro destra; ma una finalità che nemmeno il centro sinistra ha colpevolmente disdegnato.
L’operazione porta con sé automaticamente il secondo passaggio del ragionamento di Vittadini: «per favorire un’esperienza di libertà di educazione anche nella scuola statale, occorre conferire alle famiglie pieno autogoverno». L’uso dell’avverbio “anche” non è casuale, e dà un senso ulteriore alla manipolazione del significato della parola libertà cui si accennava.
La proposta di Vittadini per rendere le famiglie definitivamente consumatrici della merce-scuola (possibilmente privata), fomentate dall’induzione di bisogni diversificati e illimitati, legittimate e lusingate da un protagonismo mercantile in un servizio a domanda individuale si configura in una curiosa e pericolosissima revisione del concetto di autonomia: «finora è stata data una parziale autonomia di curriculum (20%), un’autonomia didattica paralizzata da enormi rigidità delle cattedre, un’automomia finanziaria bloccata dall’impossibilità di raccogliere soldi sul mercato senza reale autogoverno».
Largo dunque alla scuola del Nord, con programmi autonomi e insegnanti reclutati autonomamente; largo al mercato dell’incanto e ponti d’oro al miglior offerente: la concorrenza come criterio privilegiato; largo alla flessibilità lavorativa.
Infine la valutazione «esterna della scuola mediante l’accertamento degli apprendimenti e delle competenze dei ragazzi e rilevando le abilità professionali degli insegnanti e dei dirigenti». Questo Mago Merlino del liberismo la fa un po’ troppo facile. Certo, tutto potrebbe essere realmente facile: i numeri ci sono, la determinazione anche. Mi chiedo se, al di là delle buone maniere, del bipartisan a tutti i costi, dei mutamenti di tono, del gentlemen agreement quel che resta dell’opposizione parlamentare vorrà considerare con allarme queste proposte che - ne sono certa - non tarderanno ad essere accolte da Viale Trastevere.
Onorevole Maria Pia Garavaglia, ministro ombra della Pubblica Istruzione, se ci sei batti un colpo. Donne e uomini - dentro e fuori dal Parlamento - che avete a cuore il futuro del nostro Paese, di cui la scuola pubblica è garanzia, non scoraggiamoci: l’opposizione siamo anche noi.
venerdì 23 maggio 2008
quanto costa la chiesa cattolica agli italiani? interessante articolo da retescuola
http://www.retescuole.net/contenuto?id=20080522175303
Milano , 22/05/2008
"La questua" e l'insegnamento della religione cattolica
di Gianni Gandola
E’ uscito in questi giorni il libro di Curzio Maltese “La questua”, sottotitolo “quanto costa la Chiesa agli italiani”. Il libro, di notevole interesse, ha una prefazione del direttore di Repubblica Ezio Mauro e riprende sostanzialmente una serie di articoli-inchiesta già pubblicati a puntate sulle pagine di Repubblica nell’ottobre-novembre 2007. L’obiettivo dichiarato di Maltese è di tenersi lontano da considerazioni di tipo ideologico o etico ma di prendere in esame dati oggettivi, i “dati economici”. Informare cioè sui meccanismi di finanziamento pubblico alla Chiesa cattolica. Non risulta che, dal novembre scorso ad oggi, vale a dire dalla pubblicazione degli articoli su Repubblica, vi siano state da parte del Vaticano smentite, contestazioni nel merito, querele, ecc. Questo dovrebbe bastare per considerare attendibili i dati messi in evidenza da Curzio Maltese nelle sue inchieste. Un dato sorprendente, che anche noi non conoscevamo, riguarda innanzi tutto la questione dell’8 per mille, istituito dalla legge 222 del 1985. Diciamo “innanzi tutto” per sottolinearne l’importanza, in quanto l’8 per mille costituisce la maggiore entrata della Chiesa cattolica, pari a un miliardo di euro l’anno. Quello che i cittadini italiani non sanno, perché non c’è stata alcuna informazione da parte degli organi dello Stato in tal senso (e tantomeno dagli spot pubblicitari della Chiesa cattolica, per la maggioranza degli italiani l’unica fonte di informazione sull’argomento) è il fatto che il 60 per cento degli italiani non esprime preferenze nella dichiarazione dei redditi, lascia in bianco la voce "otto per mille". E soprattutto il fatto che le quote non espresse -il 60 per cento, appunto- sono comunque assegnate sulla base del 40 per cento di quanto è stato espresso e finiscono quasi al 90 per cento del totale nelle casse della Cei (grazie al 35 per cento che indica “Chiesa cattolica” fra le scelte ammesse) . Incredibile ma vero, a quanto pare: i cittadini italiani, in base a questo meccanismo (diverso peraltro dal successivo 5 per mille, nato nel 2006) sono di fatto “costretti”, volenti o nolenti, consapevoli o meno, a contribuire pecuniariamente non a qualsivoglia culto ma a uno solo. In altri paesi “concordatari”, come la Spagna, le quote “non espresse” (in questo caso si tratta del cinque per mille) rimangono alla Stato. In Italia vanno alla Chiesa cattolica, alla faccia del contributo volontario..! Ma veniamo a quello che ci riguarda più da vicino, e cioè alla scuola. Qui per la Chiesa cattolica vi sono due principali fonti di entrata, gli stipendi degli insegnanti di religione e i finanziamenti diretti dello Stato alle scuole private, di cui le scuole cattoliche sono la gran parte. L’ora “facoltativa” di religione, secondo le inchieste di Curzio Maltese, costa ai contribuenti italiani circa un miliardo di euro all’anno. E’ la seconda voce di finanziamento diretto dello Stato alla confessione cattolica, di pochi milioni inferiore all’8 per mille. Vi sono oggi, nel 2008, 25.679 insegnanti di religione, dei quali 14.670 passati nei ruoli statali, grazie ai concorsi promossi dal governo Berlusconi e proseguiti dal governo Prodi. Al di là della “strana” situazione giuridica degli insegnanti di religione, al centro di infinite diatribe legali (se l’ora di religione è un insegnamento facoltativo non dovrebbe prevedere docenti “di ruolo”, scelti peraltro dai vescovi), quello che è interessante notare è la disparità di trattamento economico tra insegnanti “normali” e di religione. A parità di prestazione infatti gli insegnanti di religione guadagnano di più dei colleghi delle materie obbligatorie. Per uno dei tanti misteri burocratici italiani, una disposizione di legge che assegnava uno scatto biennale di anzianità del 2,5 per cento sullo stipendio a tutti i precari è stata applicata soltanto a una categoria, quella dei docenti di religione. Il vantaggio, a quanto pare, è stato confermato, e anzi consolidato con il passaggio in ruolo. Lasciamo perdere altre considerazioni, pure di rilevanza cruciale e che Scuolaoggi ha già fatto, sulla contraddittorietà dell’insegnamento “facoltativo” di una confessione religiosa all’interno dell’orario scolastico di base, “obbligatorio” (guai pensare di affiancare all’ora di cattolicesimo altre religioni o addirittura lo studio della storia delle religioni, come avviene in tutta Europa, con le sole eccezioni di Irlanda e Cipro..!), ma tutto questo è abbastanza singolare, per usare un eufemismo. Un altro mistero della fede? Altra fonte di finanziamento rilevante è quello diretto dello Stato alle scuole private, in maggioranza cattoliche. Nel 2005 l’ammontare dei contributi alle scuole non statali è stato di 527 milioni di euro (circolare ministeriale 38/2005). Nel 2006, a fronte dei tagli all’istruzione apportati dalla legge finanziaria, i finanziamenti diretti alla scuola privata sono stati incrementati fino a 532,3 milioni. Come sottolinea Curzio Maltese si tratta di “aiuti di Stato” alle scuole cattoliche negati per mezzo secolo dalla stessa Democrazia cristiana, da De Gasperi in poi (in base all’articolo 33 della Costituzione, con la famosa dicitura “senza oneri per lo Stato”), inaugurati poi con la legge 62 del 2000 (governo D’Alema, Luigi Berlinguer all’istruzione), dilagati nel periodo Berlusconi-Moratti e mantenuti dal ministro Beppe Fioroni. In realtà, osserva Curzio Maltese, se si aggiungono altri “benefici” e vantaggi fiscali (esenzione dall’Ici, sconti su Ires, Irap e altre imposte, elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico), la Chiesa cattolica costa ogni anno ai contribuenti italiani una cifra vicina ai 4 miliardi e mezzo di euro, mille miliardi di vecchie lire. Più del costo della politica, del “prezzo della casta” (balzato agli onori della cronaca dopo il libro di Stella e Rizzo), calcolato in 4 miliardi di euro l’anno. Cifre iperboliche, appunto. Diversi anni fa, sul “Mondo” del 17 maggio 1960, Ernesto Rossi scriveva “Quando si tratta della “roba” i monsignori del Vaticano hanno la pelle delicata come quella della principessina che non riuscì a chiudere occhio tutta la notte per il pisello che le avevano messo sotto sette materassi”. L’aspetto concreto della “roba”, al di là delle ideologie o dell’anticlericalismo di maniera, costituisce senza dubbio un aspetto centrale. Una questione spinosa che si tende a scansare, soprattutto oggi, visto il clima culturale dominante nel Paese. “L’azione concreta dei governi nei confronti dei privilegi ecclesiastici – scrive Curzio Maltese – costituisce, assai più delle enunciazioni, un indicatore infallibile del grado di riformismo”. E conclude: “A questo punto, rimane soltanto da chiedersi se in Italia sia mai apparsa una grande forza riformista e modernizzatrice, al di là degli slogan. Ma se un giorno batterà un colpo, il primo sarà alle porte del Vaticano”. Come non condividere? Gianni Gandola
Curzio Maltese, "La questua, quanto costa la Chiesa agli italiani", Serie Bianca Feltrinelli
