Siamo donne e uomini di sinistra che hanno preso parte alle tormentate vicissitudini culminate nella disfatta del 2008. Oggi, nella diaspora della sinistra italiana, facciamo riferimento a organizzazioni e movimenti diversi. Alcuni di noi svolgono ruoli dirigenti in partiti o associazioni, altri – dismessa la militanza attiva – contribuiscono in altre forme alla battaglia politica o vi partecipano da semplici cittadini, con immutata passione. Siamo dunque diversi. Ma siamo anche uguali, accomunati dall’appartenenza a una stessa storia cultura politica. Questa comunanza significa per noi convenire su talune fondamentali priorità: i diritti del lavoro, l’occupazione e il reddito delle classi lavoratrici; l’inalienabile titolarità collettiva dei beni primari, a cominciare dall’acqua, dalla conoscenza e dall’ambiente; la democrazia partecipativa, garantita dalla Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista. Sulla base di queste opzioni condivise, l’attuale situazione sociale e politica del Paese ci appare grave e densa di pericoli. Guardiamo con allarme alle pesanti conseguenze della crisi economica sulle condizioni di vita di grandi masse di cittadini italiani e migranti. Riteniamo (e la «manovra correttiva» ora minacciata dal governo ci rafforza in tale convincimento) che la drammatica crisi che investe gli anelli più deboli del contesto europeo sancendo il fallimento dell’Europa liberista di Maastricht e di Lisbona renda ancor più preoccupante anche nel nostro Paese la prospettiva delle classi subalterne. Consideriamo intollerabili il dilagare della povertà e della precarietà; l’attacco governativo alle tutele giuridiche del lavoro dipendente e al diritto dei lavoratori a una contrattazione collettiva solidale, autonoma e democratica; la distruzione dello Stato sociale e il controllo oligarchico sui mezzi di informazione; il diffondersi della corruzione e dell’evasione fiscale e l’imposizione di un sistema politico bipolare che nega rappresentanza e voce a milioni di elettori. Riteniamo concreto il rischio di svolte autoritarie in un contesto segnato dalla rottura della coesione sociale e dalla recrudescenza di pulsioni razziste alimentate da chi accarezza disegni populisti e progetta la distruzione istituzionale dell’unità nazionale.
In questo difficile frangente pensiamo che quanto ci unisce debba prevalere su quanto ci ha sin qui diviso e tuttora ci separa. Siamo determinati a batterci per una società più civile e meno ingiusta, ma siamo al tempo stesso consapevoli del concreto rischio di estinzione che oggi incombe sulla sinistra italiana. Tutto ciò ci convince della inderogabile necessità di puntare sulle convergenze e affinità e di privilegiare le importanti battaglie comuni che insieme possiamo combattere e vincere: innanzitutto quella, cruciale, per il rilancio del sistema elettorale proporzionale per tutte le assemblee elettive, a cominciare dal Parlamento nazionale. Con questo spirito ci rivolgiamo a tutte le forze organizzate della sinistra, affinché in ciascuna si affermi una volontà unitaria, indispensabile a far sì che la sinistra torni a giocare un ruolo importante sulla scena politica italiana.
Alberto Burgio, Cesare Caiazza, Maria Campese, Loris Campetti, Marcello Cini, Paolo Ciofi, Elettra Deiana, Piero Di Siena, Paolo Favilli, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Francesco Garibaldo, Alfonso Gianni, Claudio Grassi, Raniero La Valle, Orazio Licandro, Giorgio Lunghini, Maria Rosaria Marella, Maria Grazia Meriggi, Roberto Musacchio, Franco Ottaviano, Gianni Pagliarini, Manuela Palermi, Valentino Parlato, Roberto Passini, Tiziano Rinaldini, Patrizia Sentinelli, Bruno Steri, Aldo Tortorella, Alessandro Valentini, Mario Vegetti, Gianni Vigilante, Massimo Villone, Luigi Vinci
martedì 18 maggio 2010
giovedì 13 maggio 2010
una corretta ricostruzione storica sul "voto" di religione da Il Manifesto

di Giorgio Salvetti, da IL MANIFESTO
Grazie a dio, anzi, grazie al Consiglio di stato, gli insegnanti di religione
potranno partecipare alla valutazione degli studenti delle scuole superiori. Avere frequentato l’ora di religione garantirà crediti in più rispetto a tutti gli altri studenti. Il «voto» di religione farà media e costituirà un vantaggio indiscusso già dai prossimi consigli di classe di fine anno. Il giudizio del Consiglio di stato ribalta una precedente sentenza del Tar del Lazio e dà ragione al ministro Gelmini e alla Cei. Si tratta solo dell’ultimo di una lunga serie di favori di cui hanno usufruito gli insegnanti di religione, gli unici a vivere un periodo di vacche
grasse mentre tutti gli altri loro colleghi vengono massacrati dai tagli voluti da Tremonti. Oltre ai vantaggi per le scuole private cattoliche, lo Stato paga personale che accede al posto di lavoro grazie al benestare della curia. E con questa sentenza gli conferisce il diritto di promuovere o bocciare.
La sentenza del Consiglio di stato si basa sul seguente ragionamento: chi ha scelto l’ora di religione «ha il diritto-dovere di essere valutato per l’interesse e il profitto dimostrato». Chi non la fa, secondo i giudici, non verrebbe discriminato perché potrebbe frequentare dei corsi alternativi che il Consiglio di stato invita ad istituire in tutte le scuole. Peccato che proprio i tagli governativi facciano sì che questi corsi siano quasi del tutto assenti e che in ogni caso non siano
valutati. «Siamo di fronte ad una atto palesemente anticostituzionale – commenta Mimmo Pantaleo, segretario nazionale Flc Cgil – chi fa l’ora di religione ha un giudizio in più che fa media, chi non la fa no. E questo sia nel caso in cui frequenti i corsi alternativi, sia nel caso in cui non li frequenti perché non vuole o perché, come avviene quasi ovunque, non esistono. Inoltre questo cambio delle regole di valutazione avviene in corso d’opera, alla vigilia degli
scrutini di fine anno».
La crociata a favore dell’ora di religione in questi anni è stata bipartisan. Fu infatti il ministro del centrosinistra Giuseppe Fioroni a volere che quell’ora potesse dare crediti aggiuntivi agli studenti di buona fede. E fu proprio l’ordinanza dell’ex ministro del Pd a ricevere la bocciatura del Tar del Lazio.
Fioroni, scocciato, annunciò il ricorso che poi fu portato avanti dalla Gelmini e dal governo Berlusconi, in accordo con il Vaticano. E bipartisan è stato anche l’atteggiamento genuflesso dei governi di entrambe le parti che hanno a più riprese aumentato le assunzioni dei docenti di religione mentre tagliavano tutti gli altri.
Gli insegnanti di religione in Italia sono circa 25 mila. Tutti insegnano grazie al benestare delle autorità ecclesiastiche. Tra questi 15 mila sono di ruolo. Hanno ottenuto il posto fisso tutti negli ultimi tre anni grazie a dei concorsi a dir poco speciali. Entrati dalla finestra, grazie a questa via preferenziale, godono però degli stessi diritti dei loro colleghi che da anni aspettano invano un concorso. Non solo. Qualora dovesse sparire il loro corso potrebbero comunque cambiare cattedra e insegnare altre materie superando in curva la lunga fila dei precari
che ne avrebbero diritto. Anche gli insegnanti di religione ancora precari sono avvantaggiati: ogni due anni, solo loro, hanno diritto ad uno scatto di anzianità.
Nelle scuole italiane il governo ha stabilito il taglio in tre anni di 140 mila posti di lavoro tra personale docente e non docente. La scuola è la più grande azienda in crisi del nostro paese e una delle prime emergenze occupazionali. Dal punto di vista di studenti e genitori salta tutto: compresenze, supplenti, materiale didattico. Eppure lo Stato, cioè noi, spende più di un miliardo di euro l’anno per pagare lo stipendio agli insegnati di religione che hanno ricevuto il sigillo clericale. E non basterà la crisi di vocazione degli studenti a fare diminuire
l’obolo che la Repubblica versa per l’ora di religione. «Già oggi - racconta Pippo Frisone della Flc Cigl – a Milano (dove il 40% degli studenti delle superiori decide di non fare religione e dove Formigoni elargisce il buono scuola a chi vuole frequentare le scuole private, spesso confessionali) non solo non esistono corsi alternativi, ma anche dove gli studenti che hanno deciso di fare religione sono pochissimi, magari due o tre per classe, si mantiene comunque il corso e si paga lo stipendio all’insegnante. In tutti gli altri casi le classi, invece, si accorpano, i posti di lavoro saltano e gli studenti arrivano ad essere anche 30 per classe. E’ uno scandalo.
Dare un vantaggio agli studenti che fanno religione servirà solo ad indurli a
frequentare religione per giustificare la spesa dello Stato a favore dell’insegnamento del cattolicesimo nelle scuole pubbliche».
comunicato stampa de "Per la scuola della Repubblica" sulla sentenza del CdS
“Per la Scuola della Repubblica”
sito www.scuolaecostituzione.it
LA GELMINI HA POCO DA ESULTARE
La decisione con la quale il Consiglio di Stato annulla la sentenza del TAR del Lazio n.7076 dello scorso mese di luglio lascia intatta la sostanza del problema. Il TAR del Lazio aveva dichiarato illegittima l’attribuzione del credito scolastico da parte dei docenti di religione cattolica, per la particolare natura di tale insegnamento, e dei docenti di attività alternative, per la discriminazione operata nei confronti di coloro che non si avvalgono dell’irc ma nel loro pieno diritto non scelgono alcuna attività.
Il Consiglio di Stato, pur tenendo conto dello “stato di non obbligo” stabilito dalla Corte Costituzionale per i non avvalentisi, stravolge la logica del TAR negando l’esistenza di discriminazioni. Lo fa con evidente imbarazzo, laddove afferma che coloro che hanno un buon profitto possono ottenere un buon punteggio di credito, anche senza il contributo del docente di r.c. o di attività alternative!!!
La nostra difesa della limpida, laica, democratica sentenza del TAR del Lazio non arretra; anzi, trae maggior forza da alcune indicazioni contenute nella stessa decisione del 7 maggio 2010 del Consiglio di Stato.
- Viene ribadito il particolare status dell’irc , insegnamento che sulla base della normativa vigente non dà luogo a voti. Vengono così definitivamente vanificati i tentativi di trasformare il giudizio in voti, messi in atti anche dal MIUR.
-Viene vivamente “bacchettata” la ministra per non rendere effettiva la possibilità di attività alternative in tutte le scuole, per far sì che chi desideri
non avvalersi dell’irc e scegliere un’attività didattica e formativa sia in grado di farlo. Viene sottolineato che ciò non pregiudicherebbe in alcun modo la scelta di chi intende frequentare l’irc, rispondendo questa scelta unicamente a “un interrogativo della coscienza”.
Al ministro Gelmini chiediamo: che fine fanno i fondi attribuiti dallo Stato agli Uffici Scolastici Regionali per l’attivazione delle attività alternative?
Perché non vengono assegnati alle scuole? Ma la ministra ci sembra piuttosto orientata a disobbedire al Consiglio di Stato, dal momento che nel nuovo Regolamento sulla Valutazione degli alunni (DPR 122 dell’agosto 2009) esclude addirittura il docente di attività alternative dal Consiglio di Classe, paragonandolo ai docenti esterni occasionali per i quali è prevista in sede di scrutinio e attribuzione del credito semplicemente una preventiva nota scritta.....
Comitato “Per la scuola della Repubblica” associazione onlus –
sito www.scuolaecostituzione.it
la sentenza integrale del Consiglio di Stato è possibile leggerla su:
http://www.comune.bologna.it/iperbole/coscost/irc/CdStato_sentenza_crediti.pdf
sito www.scuolaecostituzione.it
LA GELMINI HA POCO DA ESULTARE
La decisione con la quale il Consiglio di Stato annulla la sentenza del TAR del Lazio n.7076 dello scorso mese di luglio lascia intatta la sostanza del problema. Il TAR del Lazio aveva dichiarato illegittima l’attribuzione del credito scolastico da parte dei docenti di religione cattolica, per la particolare natura di tale insegnamento, e dei docenti di attività alternative, per la discriminazione operata nei confronti di coloro che non si avvalgono dell’irc ma nel loro pieno diritto non scelgono alcuna attività.
Il Consiglio di Stato, pur tenendo conto dello “stato di non obbligo” stabilito dalla Corte Costituzionale per i non avvalentisi, stravolge la logica del TAR negando l’esistenza di discriminazioni. Lo fa con evidente imbarazzo, laddove afferma che coloro che hanno un buon profitto possono ottenere un buon punteggio di credito, anche senza il contributo del docente di r.c. o di attività alternative!!!
La nostra difesa della limpida, laica, democratica sentenza del TAR del Lazio non arretra; anzi, trae maggior forza da alcune indicazioni contenute nella stessa decisione del 7 maggio 2010 del Consiglio di Stato.
- Viene ribadito il particolare status dell’irc , insegnamento che sulla base della normativa vigente non dà luogo a voti. Vengono così definitivamente vanificati i tentativi di trasformare il giudizio in voti, messi in atti anche dal MIUR.
-Viene vivamente “bacchettata” la ministra per non rendere effettiva la possibilità di attività alternative in tutte le scuole, per far sì che chi desideri
non avvalersi dell’irc e scegliere un’attività didattica e formativa sia in grado di farlo. Viene sottolineato che ciò non pregiudicherebbe in alcun modo la scelta di chi intende frequentare l’irc, rispondendo questa scelta unicamente a “un interrogativo della coscienza”.
Al ministro Gelmini chiediamo: che fine fanno i fondi attribuiti dallo Stato agli Uffici Scolastici Regionali per l’attivazione delle attività alternative?
Perché non vengono assegnati alle scuole? Ma la ministra ci sembra piuttosto orientata a disobbedire al Consiglio di Stato, dal momento che nel nuovo Regolamento sulla Valutazione degli alunni (DPR 122 dell’agosto 2009) esclude addirittura il docente di attività alternative dal Consiglio di Classe, paragonandolo ai docenti esterni occasionali per i quali è prevista in sede di scrutinio e attribuzione del credito semplicemente una preventiva nota scritta.....
Comitato “Per la scuola della Repubblica” associazione onlus –
sito www.scuolaecostituzione.it
la sentenza integrale del Consiglio di Stato è possibile leggerla su:
http://www.comune.bologna.it/iperbole/coscost/irc/CdStato_sentenza_crediti.pdf
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