lunedì 20 dicembre 2010

Merito a scuola e Confindustria





Ogni operazione di valutazione, che per sua natura è fondante di una norma (nel duplice significato giuridico-filosofico e geometrico-politico), per non essere mistificatoria e quindi inerentemente mendace e regressiva dovrebbe esplicitare quale sia il sistema di valori a cui fa riferimento, così come dovrebbe esplicitare la classe di oggetti a cui viene applicata.
L’annuncio del Ministro Gelmini di voler procedere alla sperimentazione in alcune provincie di procedure di valutazione delle scuole e di premialità dei docenti “migliori” ricade a nostro giudizio proprio in questa categoria, delle operazioni politiche dal significato ambiguo e pertanto “pericoloso”, poiché, ricordando il Kant della Pace perpetua, tutto ciò che non può essere dichiarato pubblicamente è eticamente ingiusto.
Il fatto poi che questi progetti siano stati elaborati dalla Fondazioni, Agnelli, San Paolo e Treelle e che i risultati verranno monitorati da un Comitato tecnico scientifico nel quale la presenza di esponenti della Confindustria e del pensiero aziendalista è rilevante (Barzanò Giovanna, Biondi Giovanni, Bottani Norberto, Cappello Giancarlo, Cosentino Giuseppe, Gallegati Paola, Gavosto Andrea, Gentili Claudio, Ichino Andrea, Israel Giorgio, Oliva Attilio, Poggi Annamaria, Ribolzi Luisa, Zen Giovanni), svela la pericolosità dell’operazione.
Il primo progetto si propone di valutare le scuole medie delle provincie di Pisa e Siracusa in base ai risultati dei test Invalsi ed è stato elaborato dalla Fondazione Agnelli. Alle scuole che si collocheranno nella fascia più alta sarà assegnato un premio (fino ad un massimo di 70mila euro). L’uso dei test Invalsi che sono strumenti di valutazione di competenze specifiche Induce a pensare che non si intenda sostenere il compito fondamentale della nostra scuola come Istituzione che primariamente ha il compito di formare il cittadino. Non si valutano le conoscenze storiche, non si considera l’impegno civico di scuole e studenti, non si contestualizzano i risultati rispetto all’ambiente in cui operano le singole scuole. Si terrà conto nel valutare i risultati solo dei risultati medi o anche della variabilità, ovvero dell’impegno della scuola per ridurre le differenze tra gli studenti ?
Per finire nulla si propone per quelle scuole che evidenziassero difficoltà di apprendimento degli alunni: se si attribuiscono risorse aggiuntive agli istituti che presentano le performances migliori, le differenze nei risultati degli alunni degli uni e degli altri aumenteranno. Ciò acuirà ancora di più uno dei problemi del nostro sistema scolastico; secondo la ricerca PISA la gran parte della variabilità nei risultati è dovuta nel nostro paese alle differenze tra le scuole e non dentro le scuole.
Il secondo progetto, che è stato elaborato dalle Fondazioni San Paolo e Treelle, si propone di premiare i docenti migliori attraverso nuclei di scuola composti dal dirigente e due docenti, con il presidente di Consiglio di Istituto come osservatore. La sperimentazione riguarderà tutte le scuole di Torino e Napoli. La valutazione farà riferimento al curriculum e a risultati di indagini riguardanti l’apprezzamento dei docenti da parte dei genitori e degli studenti attraverso indicatori.
Da una parte questo non è altro che la riproposizione del vecchio concorso per “merito distinto” strumento superato 40 anni fa per volontà degli insegnanti. Inoltre la valutazione da parte del Dirigente e di due docenti interni alla scuola, per non parlare della ridicolaggine della presenza del Presidente del Consiglio di istituto, rende assolutamente non oggettiva tale azione e soggetta a rischi di differenze eclatanti fra una scuola e l’altra. Dall’altra la previsione di indagini per rilevare
l’apprezzamento da parte di genitori e studenti costituisce innanzitutto un pesante attacco alla libertà di insegnamento posta a fondamento della nostra scuola dall’art. 33 c. 1 della Costituzione, e rischia di amplificare esageratamente il peso della componente empatica nel comportamento degli insegnanti.
In sintesi da un lato l’azione della scuola viene ricondotta esclusivamente all’adeguamento ad una norma che è rappresentata dai test Invalsi, dall’altro la valutazione della professionalità degli insegnanti si appoggia pesantemente sul “gradimento” da parte dei genitori e degli studenti. Il punteggio nei test Invalsi diventa quindi qualcosa che assomiglia ad un “prezzo” per dare un valore ad un oggetto, “l’educazione”, che è fuori dal mercato, mentre la “customer satisfaction” degli utenti tende ad una omologazione dell’educazione repubblicana ad un qualsiasi prodotto o servizio realizzato su base commerciale.
Il feticismo del mercato, nessuna considerazione critica del suo fallimento testimoniato dall’attuale crisi mondiale, informa quindi, ancora una volta, i progetti del governo Berlusconi e del ministro Gelmini, ed è immediatamente simbolizzato dall’uso di incentivi di tipo monetario, come se questi fossero l’unico strumento capace di suscitare l’energia e la motivazione degli insegnanti.

Bruno Moretto, Giorgio Tassinari, Comitato bolognese Scuola e Costituzione
http://www.iperbole.bologna.it/iperbole/coscost/

mercoledì 15 dicembre 2010

ROMA - Il commento di Sofia Sabatino, Rete degli Studenti, sugli scontri


Sofia Sabatino, portavoce della Rete degli studenti. Ma che cosa è successo  nella città ? Come avete visto voi, che da giorni, settimane e mesi protestate civilmente nelle strade di tutta Italia ed anche a Roma ,questa giornata che, dobbiamo dirlo, è stata drammatica
.

“Quello che ci teniamo a dire è che le mobilitazioni oggi non ci sono state solo a Roma, ma anche in moltissime città d’Italia, dove sono state delle mobilitazioni pacifiche, senza nessun inconveniente. A Roma la situazione era invece molto tesa fin dall’inizio del corteo, perché  la città era stata blindata. Non è stato permesso agli studenti di accedere alle parti centrali della città, dove tutti volevamo andare perché è lì che c’è il simbolo del potere, ed e dove volevamo manifestare il nostro dissenso a questo governo. Questo però non c’è stato permesso, e poi si sono verificati gli atti che si sono verificati. Ci teniamo ovviamente a dire che questa è una parte del movimento che è stata estranea al movimento fino ad oggi. È stata (sempre) tenuta fuori da un movimento pacifico di studenti e studentesse, che si è mobilitato dal primo giorno di scuola e che occupa ormai da tre mesi scuole ed università; che fa continuamente e pubblicamente cortei e manifestazioni pacifiche. Per altro, nel momento in cui si sono verificati questi scontri a Roma, una sostanziosa parte della manifestazione, quasi tutta – appunto – la massa degli studenti, si è spostata da Piazza del Popolo e si è avviati in corteo pacifico verso la sapienza, dove appunto ora siamo a fare una grande assemblea. Per cui, seppure sicuramente c’è stata una grande attenzione mediatica su quello che è successo ( e questo è anche normale), è anche vero che non bisogna assolutamente fraintendere il messaggio che noi volevamo mandare, e che in questi mesi abbiamo mandato a questo Governo (soprattutto al Ministro Gelmini). Non scordiamoci che oggi noi siamo scesi in piazza per sfiduciare questo Governo perché a sbagliato tutto sugli studenti; perché in questo momento c’è in discussione, e sarà calendarizzato al Senato il Ddl Gelmini, che distrugge l’università pubblica. Noi non potevamo non mobilitarci in una giornata importante come oggi. È ovvio però che, essendo un momento particolare, in piazza non c’erano solo gli studenti, per cui non è (nemmeno giusto) che tutte le colpe possano essere addossate al nostro movimento”.


Tra i tanti avversari, tra i tanti interlocutori negativi del vostro movimento, in qualche misura, da oggi potrebbe essercene uno  - tu dici esterno, e sono d’accordo – ma che comunque si aggiunge lo stesso: l’infiltrazione violenta.

“Certo, ma questo c’è sempre stato nei movimenti. È ovvio che nel momento in cui si alza lo scontro ci sia quella frangia di movimento – che tentiamo d’isolare - che poi si alza e prende il sopravvento. Non è una cosa nuova. Ci siamo spesso interrogati sulle formule migliori per portare in piazza il nostro intento pacifico. È ovvio che sia così, com’è vero anche che sono tre mesi che noi facciamo delle mobilitazioni e quello che è successo oggi non è mai successo prima, per cui  io non stigmatizzerei neanche la giornata. Non credo che sia quello il contenuto di questa giornata, deve essere un altro. Nemici del movimento? Direi di no, visto che col movimento questa frangia di persone non c’entrano proprio nulla. Non fanno neanche parte delle nostre scuole o delle nostre università, e quindi è difficile che siano scesi in piazza assieme a noi”.
(da Articolo 21, intervista di Alberto Baldazzi) 
da http://www.articolo21.org/2252/notizia/nei-tg-i-riflessi-di-una-pessima-giornata-dentro.html

giovedì 15 luglio 2010

" 'Ndrangheta, leader della mafie. Ma la politica è ipocrita e corrotta"... intervista a Francesco Forgione, ex presidentecommissione antimafia

«'Ndrangheta, leader della mafie. Ma la politica è ipocrita e corrotta»
di Carlo Magi, dal quotidiano LIBERAZIONE

Oltre 300 arresti, beni sequestrati per circa 60 milioni di euro, manette per Domenico Oppedisano, l'ottantenne considerato il numero uno della 'ndrangheta calabrese, una marea di carte e di azioni sequestrate, una rete di relazioni transoceaniche e un'importante scoperta: la 'ndrangheta si è organizzata con un super capo, una struttura unitaria che decide per tutti e i mandamenti, ossia i territori che le 'ndrine si spartiscono e comandono seguendo le indicazioni dell'organo di vertice. E fra queste regioni c'è la Lombardia. E' il frutto, probabilmente il primo e il più importante, messo a segno ieri dalle forze dell'ordine fra Calabria e Lombardia, dell'indagine "Il Crimine" coordinata dai pm Ilda Boccassini (Milano) e Giuseppe Pignatone (Reggio Calabria). Un'indagine resa possibile dalle intercettazioni telefoniche e ambientali che ha portato alla luce anche due video in cui gli affiliati si ritrovano per decidere gli affari ed eleggere il "maestro generale" e i capi delle 'ndrine. Un primo risultato perché l'indagine si allargherà ad altri campi, soprattutto quello delle infiltrazioni della 'ndrangheta nella politica: sono molti i consiglieri comunali indagati e arrestati per essere affiliati alle cosche. «Tutto questo conferma quello che scrivemmo nel 2008 nella prima relazione della commissione antimafia. Allora molti politici lombardi ci attaccarono dicendo che al Nord la mafia non esisteva. Adesso spero che si ricredano» ne ha per molti Francesco Forgione, ex presidente della commissione antimafia, autore di diversi libri sulla criminalità organizzata e attualmente docente di storia e sociologia delle organizzazioni criminali all'Università dell'Aquila.

-Questi arresti sono un colpo mortale alla 'ndrangheta?
No, sarei cauto ma è comunque un'operazione importantissima per due ragioni: conferma il livello di pervasività in Lombardia e dell'esistenza di una struttura unitaria della 'ndrangheta che non è l'assimilazione di Cosa Nostra ma è un coordinamento di una mafia globale. E' stato certificato che tre oltre alle 3 aree storiche (la costa ionica, Reggio Calabria e Gioia Tauro) la 'ndrangheta ha la capacità di inquinare i territori anche in Lombardia e che anche in Canada e Australia esistono le camere di compensazione, cioè strutture di coordinamento che eleggono i loro capi. Le 'ndrine inoltre sono infiltrate nella politica e nelle istituzioni, indipendentemente dal colore, Lega compresa.

-E hanno il potere di condizionare gli appalti, la sanità, l'economia...
Sì, ed è così da anni. Solo l'ipocrisia di politica e istituzioni non volevano vedere. Quanti oggi esultano per gli arresti vadano a rileggersi la lettera che i sindaci di 3 grossi comuni dell'hinterland milanese scrissero alla nostra commissione per denunciare quanto la 'ndrangheta condizionasse il loro operato. In Lombardia è successo come a Disburg dove si sono accorti della presenza della 'ndrangheta solo dopo la strage. E' l'ipocrisia che fa pensare di potersi prendere i soldi della mafia senza prendersi i mafiosi. E invece succede il contrario. La 'ndrangheta si è trasformata in una grande holding finanziaria e criminale che controlla gran parte delle imprese lombarde, gli appalti per Expo 2015, la Salerno Reggio, il porto di Gioia. La novità è che inizia a controllare anche la politica. E anche la Lega non è esente dalla 'ndrangheta e quanti hanno costruito l'allarme sicurezza sui migranti dovrebbero ricredersi.

-La 'ndrangheta ha sorpassato Cosa Nostra?
Oggi è la mafia più potente su scala globale, al nord è la più ricca ed è il vero leader internazionale della droga. Ha avuto la capacità di cogliere le opportunità della globalizzazione: il passaggio dall'eroina alla cocaina, dove è il referente internazionale di tutti i cartelli e la libertà di far muovere i capitali senza alcun controllo. E' carica di soldi fatti con gli appalti, i sequestri di persona ed è una mafia senza pentiti, essendo costruita sulla famiglia di sangue. Ha seguito una politica di inabissamento e la politica l'ha ignorata. Adesso gli Usa l'hanno messo fra le prime 10 organizzazione trafficanti mondiali e le riservano un trattamento pari ad Al Qaeda.

-Come può lo Stato contrastare tutto questo?
Con norme rigorose di trasparenza abolendo il meccanismo dei sub appalti, del massimo ribasso, cominciando a inserire il reato di autoriciclaggio e invertendo le scelte politiche fin qui fatte: se fai lo scudo fiscale permetti alla mafia di fare denaro pulito. Non bastano gli arresti, serve un intervento. Poi servono messaggi chiari: dopo Brancher e Scajola continuare a mantenere al governo una figura come quella di Cosentino, non porre la questione morale come una discriminante è un messaggio opposto. E anche il Pd è stato timido. Siamo di fronte alla normalità del sistema criminale che via via ha conquistato fette larghe di governo dell'economia, della finanza e della politica con una sovrapposizione sugli interessi pubblici. Siamo oltre i vecchi rapporti fra mafia e politica.

-Invece la 'ndrangheta come può reagire dopo l'operazione di oggi (ieri, Ndr)?
Diciamo innanzitutto che quanto fatto va a merito della magistratura che sta costruendo una volontà di contrasto seria, tanto che la 'ndrangheta ha iniziato a reagire con la bomba al tribunale di Reggio. E' un salto di qualità dell'azione dello Stato e dobbiamo aspettarci una reazione. Se si aggiunge che sono saltati fuori elementi inquinanti dentro le istituzioni e le i carabinieri, le reazioni potrebbero essere di diverso tipo. E' positivo che si sia arrivati a questo ma bisogna andare avanti. Un'ultima annotazione: tutti coloro che oggi sostengono la magistratura milanese e calabrese sappiano che queste indagini sono state possibili grazie a uno strumento prezioso come le intercettazioni telefoniche e ambientali: non ci sono pentiti, ci sono coinvolti funzionari,parlamentari e lo sveliamo grazie alle intercettazioni. Ecco, quelli che oggi esultano abbiano il coraggio di votare contro quella legge.


14/07/2010

mercoledì 9 giugno 2010

I familiari delle vittime della Casa dello Studente rispondono a Berlusconi


I familiari delle vittime della Casa dello Studente, crollata in seguito al terremoto del 6 aprile 2009 che ha colpito L’Aquila, rispondono alle esternazioni di ieri di Silvio Berlusconi, che affermava di aver avvertito donne e uomini di Protezione civile affinché non andassero più in Abruzzo – o al limite, affinché ci andassero senza farsi riconoscere, senza loghi e divise – finché ci sarà l’accusa di omicidio colposo. Ricordiamo che sono stati emessi sette avvisi di garanzia in seguito alle responsabilità pregresse che riguardano la mancata previsione e prevenzione.
Ecco il testo integrale della risposta.
“Bisogna rispondere, ma con le dovute maniere”.
E’ questa la prima cosa che ci siamo detti noi familiari delle giovani vittime della casa dello studente a fronte delle stupefacenti esternazioni di Berlusconi.
Noi, che abbiamo perso tutto, che non avremo più un futuro perché la morte di un figlio azzera ogni prospettiva, siamo stati e siamo capaci di autocontrollo e di rispetto.
Due atteggiamenti che hanno scandito il nostro percorso di dolore, la nostra richiesta di giustizia.
Atteggiamenti di cui il premier dovrebbe fare largo uso in situazioni estremamente delicate, anziché attaccare, come è ormai consuetudine, la magistratura e accusare coloro che sono stati colpiti da lutti immedicabili e che, forse, si sarebbero potuti evitare, di incontrollabile furia omicida.
Non si può che gridare Vergogna dinanzi a tanta insensibilità e ad un linguaggio profondamente offensivo.
E non si può non pensare che, magari, ci troviamo di fronte ad un gioco sporco, che si fa beffe anche dell’etica istituzionale: utilizzare pretesti, calunnie e sospetti per abbandonare L’Aquila al suo destino. Ma sarebbe veramente troppo e drammaticamente triste, poiché significherebbe usare il nostro dolore.
Berlusconi farebbe bene a leggere la lettera che Bertolaso, Capo della Protezione Civile, in data 5 luglio 2009, inviò a Sergio Bianchi, padre di Nicola, che non c’è più, nella quale al disperato grido di dolore di questo padre risponde:”I morti dell’Aquila potevano non esserci e soprattutto essere molto meno tra i giovani.
Confido in coloro che devono, per loro compito, individuare responsabilità personali dirette, omissioni dolose, irresponsabilità colpevoli, perché è giusto che non si chiami disgrazia o fatalità ciò che poteva essere evitato, ma accetto di essere parte di una classe dirigente che, nel suo insieme, non ha saputo fare ciò che era possibile per evitare lutti e dolori a tante, troppe persone”.
Al premier, inoltre, sfugge un piccolo, non trascurabile dettaglio: gran parte degli studenti che hanno perso la vita, in quella tragica notte, erano “fuori sede”, ossia provenivano dalle regioni limitrofe.
Cosa farà allora? Richiamerà la Protezione Civile anche dalla Basilicata, dalla Puglia, dalla Campania, dal Lazio ecc. ecc.?
COMITATO FAMILIARI VITTIME CASA DELLO STUDENTE

da http://www.shockjournalism.com/blog/?p=445

martedì 1 giugno 2010

I SACRIFICI SOLO PER I LAVORATORI...

Manovra, si salva solo la casta: taglio al salario dei prof dall'11 al 15%.
Sacrifici per tutti, ma non per la «casta». La manovra di risparmio varata dal governo imporrà una stretta maggiore sui salari a categorie come quella dei dipendenti pubblici, mentre, in proporzione, i manager del settore e i sottosegretari di Stato, che hanno stipendi ben più lauti, subiranno decurtazioni minori. È quanto rileva una indagine condotta dal mensile di settore Tuttoscuola

Alla faccia dell'equità
La manovra dei sacrifici? Non per la casta degli intoccabili
Per gli insegnanti un taglio dell’11%, per i sottosegretari del 6%, per i dirigenti del 2,5%



L'intervento messo in atto dal Governo per proteggere la nostra economia dalle speculazioni sui mercati finanziari chiede sacrifici un po' a tutti. A partire dai ministri, dai parlamentari e dai grand commis di Stato, sui cui stipendi è stato previsto un taglio del 10%.

Un segnale dal forte valore simbolico (l'effetto quantitativo è limitato per il basso numero di soggetti coinvolti) che ha incontrato un consenso, per una volta, bipartisan: la prima a sacrificarsi deve essere la classe dirigente, la "casta", per usare una definizione di moda. "Mal comune, mezzo gaudio", si potrebbe dire.

Ma guardando nei meccanismi di dettaglio della manovra si scopre qualcosa di inaspettato (forse anche a chi ha dato l'ok alle misure): il sacrificio richiesto alla "casta" è in proporzione ben minore di quello chiesto ad altre categorie, come i dipendenti pubblici.

Tuttoscuola ha analizzato cosa accadrà nel comparto della scuola, partendo dal personale dipendente fino ad arrivare ai sottosegretari (per quanto riguarda il ministro, essendo anche parlamentare, bisognerà attendere le deliberazioni annunciate dai presidenti di Camera e Senato al termine dell'iter parlamentare di conversione in legge del decreto sulla manovra economica).

Ecco l'impatto in ordine gerarchico in termini di riduzione percentuale rispetto al salario che si sarebbe avuto nel 2011 senza la manovra, e a seguire le spiegazioni. Una piramide rovesciata (e sproporzionata) che pone un problema di equità di intervento.

Ruolo

Riduzione % media

Sottosegretario -6,0%

Capi dipartimento -5,6%

Dirigenti ministeriali -2,5%

Personale dipendente (docenti, personale amministrativo, bidelli, etc)* -11 / -15%

* quello colpito dal blocco dello scatto di anzianità (circa il 50% del totale) oltre che del contratto


Per il personale un taglio del 11% in media (con punte del 15%)

Docenti, dirigenti scolastici, personale amministrativo, bidelli vengono colpiti dalla manovra su tre fronti: blocco del contratto collettivo nazionale, congelamento degli scatti di anzianità, indennità di buonuscita. Vediamo gli effetti.

1) Il blocco del contratto collettivo nazionale, che avrebbe dovuto attivarsi da quest'anno, determinerà il congelamento della retribuzione attuale di tutto il personale (circa un milione e 100 mila dipendenti, di cui 880 mila di ruolo), con una perdita media stimabile intorno ai mille euro annui per dipendente rispetto a quanto avrebbero guadagnato tra un anno senza questo blocco.

2) Il blocco degli scatti di anzianità per il prossimo triennio interesserà circa metà del personale con contratto a tempo indeterminato (330 mila docenti e 75 mila unità di personale Ata per complessive 405 mila persone, che non avranno il passaggio di posizione stipendiale (gradone), previsto ogni 6 anni.

Il blocco per queste persone si tradurrà in perdite medie di circa duemila euro lordi annui (180 euro mensili), ma con picchi più elevati per taluni profili secondo la posizione stipendiale attualmente in godimento: il mancato aumento stipendiale sarà infatti molto pesante per chi aveva già l'anzianità utile per scattare al gradone successivo dal 2011 e più leggera a decrescere per chi l'anzianità utile la raggiungerà nei due anni successivi.

Vediamo qualche esempio. I prof. delle superiori con 20 anni di carriera avrebbero avuto diritto, con lo scatto automatico di gradone, ad un aumento di quasi 3 mila euro annui (2.987,26 annui pari a 281 mensili); i direttori dei servizi amministrativi (DSGA) con 27 anni di carriera avrebbero avuto diritto ad uno scatto di importo annuo di 2.554,64 euro (212 mensili); o, ancora, i prof. di scuola media con 14 anni di carriera avrebbero avuto diritto ad uno scatto annuo di 2.178,54 (181 mensili).

Nel caso estremo di queste figure professionali che avrebbero maturato il passaggio proprio dal 2011, il mancato aumento si confermerà per tutti e tre gli anni del triennio, raggiungendo alla fine del blocco, per qualcuno, un mancato introito complessivo di quasi 9 mila euro.

3) Il congelamento della retribuzione e degli scatti di anzianità si ripercuoterà sulla pensione e sull'indennità di buonuscita (il Tfr dei dipendenti pubblici), con un effetto negativo variabile a seconda dell'anzianità contributiva e del profilo professionale, e toccherà negli anni tutto il personale.

E ora facciamo un po' di somme.

Anche lasciando da parte l'effetto sull'indennità di buonuscita e sulla pensione, che si sentirà solo al momento dell'uscita dal servizio, la quota aggiuntiva di stipendio che un insegnante avrebbe guadagnato nel 2011 prima di questa manovra (e che ora viene bloccata) sarebbe stata in media di 3 mila euro annui. Considerato che la retribuzione media attuale è di 24 mila euro all'anno e che con il previsto aumento di 3 mila euro avrebbe raggiunto nel 2011 i 27 mila euro, il taglio è quindi pari all'11%.

In particolare, un prof. di scuola media con 14 anni di carriera avrà una perdita del 12% rispetto allo stipendio in godimento (valore scatto mancato 2.178,54 euro annui, valore blocco del contratto di circa 1.000 euro annui, per una perdita totale di circa 3.200 euro annui su uno stipendio annuo di 23.444,75 che sarebbe arrivato a circa 26.600 euro); un prof. delle superiori con 20 anni di carriera ha una perdita che sfiora il 15%; un DSGA con 27 anni di carriera ha una perdita intorno al 12% del suo stipendio attuale.

Il taglio netto per i manager pubblici si ferma al 5%

Il taglio del 10% degli stipendi dei manager pubblici riguarda non l'intero emolumento, bensì soltanto una quota di stipendio al di sopra di un certo importo (150 mila euro). Tra i 90 e i 150 mila il taglio sarà solo del 5%, mentre per la quota di stipendio fino a 90 mila euro non ci sarà alcun taglio. La percentuale dei tagli sull'intera retribuzione, quindi, diventa di gran lunga inferiore a quel 10% di cui si è parlato.

Uno stipendio attuale di un manager pubblico dell'Amministrazione scolastica che sia pari a 250 mila euro annui si riduce a 237 mila (taglio complessivo del 5,2%); uno stipendio attuale di 200 mila si riduce a 192 mila (taglio complessivo del 4%); uno stipendio attuale di 100 mila si riduce a 99.500 (taglio complessivo dello 0,5%).

http://www.tuttoscuola.com/cgi-local/disp.cgi?ID=23042

martedì 1 giugno 2010

martedì 18 maggio 2010

APPELLO: La sinistra torni a giocare un ruolo importante sulla scena politica italiana

Siamo donne e uomini di sinistra che hanno preso parte alle tormentate vicissitudini culminate nella disfatta del 2008. Oggi, nella diaspora della sinistra italiana, facciamo riferimento a organizzazioni e movimenti diversi. Alcuni di noi svolgono ruoli dirigenti in partiti o associazioni, altri – dismessa la militanza attiva – contribuiscono in altre forme alla battaglia politica o vi partecipano da semplici cittadini, con immutata passione. Siamo dunque diversi. Ma siamo anche uguali, accomunati dall’appartenenza a una stessa storia cultura politica. Questa comunanza significa per noi convenire su talune fondamentali priorità: i diritti del lavoro, l’occupazione e il reddito delle classi lavoratrici; l’inalienabile titolarità collettiva dei beni primari, a cominciare dall’acqua, dalla conoscenza e dall’ambiente; la democrazia partecipativa, garantita dalla Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista. Sulla base di queste opzioni condivise, l’attuale situazione sociale e politica del Paese ci appare grave e densa di pericoli. Guardiamo con allarme alle pesanti conseguenze della crisi economica sulle condizioni di vita di grandi masse di cittadini italiani e migranti. Riteniamo (e la «manovra correttiva» ora minacciata dal governo ci rafforza in tale convincimento) che la drammatica crisi che investe gli anelli più deboli del contesto europeo sancendo il fallimento dell’Europa liberista di Maastricht e di Lisbona renda ancor più preoccupante anche nel nostro Paese la prospettiva delle classi subalterne. Consideriamo intollerabili il dilagare della povertà e della precarietà; l’attacco governativo alle tutele giuridiche del lavoro dipendente e al diritto dei lavoratori a una contrattazione collettiva solidale, autonoma e democratica; la distruzione dello Stato sociale e il controllo oligarchico sui mezzi di informazione; il diffondersi della corruzione e dell’evasione fiscale e l’imposizione di un sistema politico bipolare che nega rappresentanza e voce a milioni di elettori. Riteniamo concreto il rischio di svolte autoritarie in un contesto segnato dalla rottura della coesione sociale e dalla recrudescenza di pulsioni razziste alimentate da chi accarezza disegni populisti e progetta la distruzione istituzionale dell’unità nazionale.
In questo difficile frangente pensiamo che quanto ci unisce debba prevalere su quanto ci ha sin qui diviso e tuttora ci separa. Siamo determinati a batterci per una società più civile e meno ingiusta, ma siamo al tempo stesso consapevoli del concreto rischio di estinzione che oggi incombe sulla sinistra italiana. Tutto ciò ci convince della inderogabile necessità di puntare sulle convergenze e affinità e di privilegiare le importanti battaglie comuni che insieme possiamo combattere e vincere: innanzitutto quella, cruciale, per il rilancio del sistema elettorale proporzionale per tutte le assemblee elettive, a cominciare dal Parlamento nazionale. Con questo spirito ci rivolgiamo a tutte le forze organizzate della sinistra, affinché in ciascuna si affermi una volontà unitaria, indispensabile a far sì che la sinistra torni a giocare un ruolo importante sulla scena politica italiana.


Alberto Burgio, Cesare Caiazza, Maria Campese, Loris Campetti, Marcello Cini, Paolo Ciofi, Elettra Deiana, Piero Di Siena, Paolo Favilli, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Francesco Garibaldo, Alfonso Gianni, Claudio Grassi, Raniero La Valle, Orazio Licandro, Giorgio Lunghini, Maria Rosaria Marella, Maria Grazia Meriggi, Roberto Musacchio, Franco Ottaviano, Gianni Pagliarini, Manuela Palermi, Valentino Parlato, Roberto Passini, Tiziano Rinaldini, Patrizia Sentinelli, Bruno Steri, Aldo Tortorella, Alessandro Valentini, Mario Vegetti, Gianni Vigilante, Massimo Villone, Luigi Vinci

giovedì 13 maggio 2010

una corretta ricostruzione storica sul "voto" di religione da Il Manifesto


di Giorgio Salvetti, da IL MANIFESTO


Grazie a dio, anzi, grazie al Consiglio di stato, gli insegnanti di religione
potranno partecipare alla valutazione degli studenti delle scuole superiori. Avere frequentato l’ora di religione garantirà crediti in più rispetto a tutti gli altri studenti. Il «voto» di religione farà media e costituirà un vantaggio indiscusso già dai prossimi consigli di classe di fine anno. Il giudizio del Consiglio di stato ribalta una precedente sentenza del Tar del Lazio e dà ragione al ministro Gelmini e alla Cei. Si tratta solo dell’ultimo di una lunga serie di favori di cui hanno usufruito gli insegnanti di religione, gli unici a vivere un periodo di vacche
grasse mentre tutti gli altri loro colleghi vengono massacrati dai tagli voluti da Tremonti. Oltre ai vantaggi per le scuole private cattoliche, lo Stato paga personale che accede al posto di lavoro grazie al benestare della curia. E con questa sentenza gli conferisce il diritto di promuovere o bocciare.
La sentenza del Consiglio di stato si basa sul seguente ragionamento: chi ha scelto l’ora di religione «ha il diritto-dovere di essere valutato per l’interesse e il profitto dimostrato». Chi non la fa, secondo i giudici, non verrebbe discriminato perché potrebbe frequentare dei corsi alternativi che il Consiglio di stato invita ad istituire in tutte le scuole. Peccato che proprio i tagli governativi facciano sì che questi corsi siano quasi del tutto assenti e che in ogni caso non siano
valutati. «Siamo di fronte ad una atto palesemente anticostituzionale – commenta Mimmo Pantaleo, segretario nazionale Flc Cgil – chi fa l’ora di religione ha un giudizio in più che fa media, chi non la fa no. E questo sia nel caso in cui frequenti i corsi alternativi, sia nel caso in cui non li frequenti perché non vuole o perché, come avviene quasi ovunque, non esistono. Inoltre questo cambio delle regole di valutazione avviene in corso d’opera, alla vigilia degli
scrutini di fine anno».
La crociata a favore dell’ora di religione in questi anni è stata bipartisan. Fu infatti il ministro del centrosinistra Giuseppe Fioroni a volere che quell’ora potesse dare crediti aggiuntivi agli studenti di buona fede. E fu proprio l’ordinanza dell’ex ministro del Pd a ricevere la bocciatura del Tar del Lazio.
Fioroni, scocciato, annunciò il ricorso che poi fu portato avanti dalla Gelmini e dal governo Berlusconi, in accordo con il Vaticano. E bipartisan è stato anche l’atteggiamento genuflesso dei governi di entrambe le parti che hanno a più riprese aumentato le assunzioni dei docenti di religione mentre tagliavano tutti gli altri.
Gli insegnanti di religione in Italia sono circa 25 mila. Tutti insegnano grazie al benestare delle autorità ecclesiastiche. Tra questi 15 mila sono di ruolo. Hanno ottenuto il posto fisso tutti negli ultimi tre anni grazie a dei concorsi a dir poco speciali. Entrati dalla finestra, grazie a questa via preferenziale, godono però degli stessi diritti dei loro colleghi che da anni aspettano invano un concorso. Non solo. Qualora dovesse sparire il loro corso potrebbero comunque cambiare cattedra e insegnare altre materie superando in curva la lunga fila dei precari
che ne avrebbero diritto. Anche gli insegnanti di religione ancora precari sono avvantaggiati: ogni due anni, solo loro, hanno diritto ad uno scatto di anzianità.
Nelle scuole italiane il governo ha stabilito il taglio in tre anni di 140 mila posti di lavoro tra personale docente e non docente. La scuola è la più grande azienda in crisi del nostro paese e una delle prime emergenze occupazionali. Dal punto di vista di studenti e genitori salta tutto: compresenze, supplenti, materiale didattico. Eppure lo Stato, cioè noi, spende più di un miliardo di euro l’anno per pagare lo stipendio agli insegnati di religione che hanno ricevuto il sigillo clericale. E non basterà la crisi di vocazione degli studenti a fare diminuire
l’obolo che la Repubblica versa per l’ora di religione. «Già oggi - racconta Pippo Frisone della Flc Cigl – a Milano (dove il 40% degli studenti delle superiori decide di non fare religione e dove Formigoni elargisce il buono scuola a chi vuole frequentare le scuole private, spesso confessionali) non solo non esistono corsi alternativi, ma anche dove gli studenti che hanno deciso di fare religione sono pochissimi, magari due o tre per classe, si mantiene comunque il corso e si paga lo stipendio all’insegnante. In tutti gli altri casi le classi, invece, si accorpano, i posti di lavoro saltano e gli studenti arrivano ad essere anche 30 per classe. E’ uno scandalo.
Dare un vantaggio agli studenti che fanno religione servirà solo ad indurli a
frequentare religione per giustificare la spesa dello Stato a favore dell’insegnamento del cattolicesimo nelle scuole pubbliche».

comunicato stampa de "Per la scuola della Repubblica" sulla sentenza del CdS

 “Per la Scuola della Repubblica”
sito www.scuolaecostituzione.it
LA GELMINI HA POCO DA ESULTARE
La decisione con la quale il Consiglio di Stato annulla la sentenza del TAR del Lazio n.7076 dello scorso mese di luglio lascia intatta la sostanza del problema. Il TAR del Lazio aveva dichiarato illegittima l’attribuzione del credito scolastico da parte dei docenti di religione cattolica, per la particolare natura di tale insegnamento, e dei docenti di attività alternative, per la discriminazione operata nei confronti di coloro che non si avvalgono dell’irc ma nel loro pieno diritto non scelgono alcuna attività.
Il Consiglio di Stato, pur tenendo conto dello “stato di non obbligo” stabilito dalla Corte Costituzionale per i non avvalentisi, stravolge la logica del TAR negando l’esistenza di discriminazioni. Lo fa con evidente imbarazzo, laddove afferma che coloro che hanno un buon profitto possono ottenere un buon punteggio di credito, anche senza il contributo del docente di r.c. o di attività alternative!!!
La nostra difesa della limpida, laica, democratica sentenza del TAR del Lazio non arretra; anzi, trae maggior forza da alcune indicazioni contenute nella stessa decisione del 7 maggio 2010 del Consiglio di Stato.
- Viene ribadito il particolare status dell’irc , insegnamento che sulla base della normativa vigente non dà luogo a voti. Vengono così definitivamente vanificati i tentativi di trasformare il giudizio in voti, messi in atti anche dal MIUR.
-Viene vivamente “bacchettata” la ministra per non rendere effettiva la possibilità di attività alternative in tutte le scuole, per far sì che chi desideri
non avvalersi dell’irc e scegliere un’attività didattica e formativa sia in grado di farlo. Viene sottolineato che ciò non pregiudicherebbe in alcun modo la scelta di chi intende frequentare l’irc, rispondendo questa scelta unicamente a “un interrogativo della coscienza”.
Al ministro Gelmini chiediamo: che fine fanno i fondi attribuiti dallo Stato agli Uffici Scolastici Regionali per l’attivazione delle attività alternative?
Perché non vengono assegnati alle scuole? Ma la ministra ci sembra piuttosto orientata a disobbedire al Consiglio di Stato, dal momento che nel nuovo Regolamento sulla Valutazione degli alunni (DPR 122 dell’agosto 2009) esclude addirittura il docente di attività alternative dal Consiglio di Classe, paragonandolo ai docenti esterni occasionali per i quali è prevista in sede di scrutinio e attribuzione del credito semplicemente una preventiva nota scritta.....
Comitato “Per la scuola della Repubblica” associazione onlus –
sito www.scuolaecostituzione.it

la sentenza integrale del Consiglio di Stato è possibile leggerla su:
http://www.comune.bologna.it/iperbole/coscost/irc/CdStato_sentenza_crediti.pdf

domenica 25 aprile 2010

VIAGGIO NELL'ITALIA DELL'ODIO RAZZIALE




Viktória Mohacsi, europarlamentare fino al 2009: "Ho viaggiato in Europa per osservare e analizzare la condizione degli insediamenti Rom. Non ho mai visto un livello di violazione dei diritti umani simile a quello che le istituzioni italiane mettono in atto contro il mio popolo".
http://www.everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/Entries/2008/10/26_MEP_Viktoria_Mohacsi_in_Italia_per_raccogliere_prove_e_testimonianze_di_una_persecuzione.html


Moni Ovadia: "L’Italia si è fermata ad Adro...".
http://www.unita.it/news/moni_ovadia/97824/litalia_si_fermata_ad_adro

lunedì 19 aprile 2010

TAGLIATI OLTRE 40 MILA POSTI NELLA SCUOLA STATALE: 25MILA DOCENTI E 15 MILA ATA

ANCHE QUEST’ANNO LA GELMINI INTERVIENE VIOLANDO LE LEGGI , I REGOLAMENTI ED IGNORANDO IL PARLAMENTO, LE REGIONI E GLI ENTI LOCALI.
CHE FARE?
La Ministra Gelmini con la CM n.37 ha diramato le istruzioni per tagliare oltre 25 posti nella scuola statale; anche quest’anno, come già l’anno scorso, ha disposto tali tagli non solo sulla base di uno schema di Decreto Interministeriale (e quindi senza un regolare Decreto), ma violando tutte le leggi vigenti. Non sono state sentite difatti né le Commissioni parlamentari, né la Conferenza Unificata Stato-Regioni-Comuni e Provincie; inoltre per la scuola secondaria di II grado non sono stati pubblicati i regolamenti su cui si basano i nuovi organici.

In conclusione anche quest’anno la Ministra Gelmini interviene in modo pesante sulla scuola statale; finora però non c’è stata alcuna reazione concreta ed incisiva.

Noi cercheremo con i mezzi che abbiamo a disposizione di contestare anche questi tagli ; abbiamo già in corso un ricorso per contestare le disposizioni sulle iscrizioni nelle scuole secondarie di 2° grado; impugneremo anche questi provvedimenti.

Ma le azioni legali, pur necessarie, non sono sufficienti; è necessaria una forte iniziativa politica; i partiti di opposizione, le Regioni governate dalla sinistra, gli Enti locali, le OO.SS cosa fanno? Cosa aspettano per promuovere, tutti insieme, sia a livello locale che nazionale una forte mobilitazione contro questa dissennata politica scolastica delle destre ta? Attendiamo un segnale.

Per la scuola della Repubblica—Comitato di Firenze

lunedì 5 aprile 2010

GENOCIDIO CANADESE: 50 mila BAMBINI INDIGENI morti nelle scuole gestite dalla Chiesa cattolica canadese.


Dai capelli strappati alle bastonate, dall'isolamento all'acqua ghiacciata.

Decine e decine di sopravvissuti provenienti da dieci diverse scuole residenziali dgli stati canadesi della British Columbia e dell'Ontario hanno descritto, tutti sotto giuramento, le seguenti torture, inflitte fra il 1922 ed il 1984...


Abusi sessuali, sterilizzazioni di massa e decine di migliaia di bambini morti nelle scuole cattoliche residenziali del Canada dal 1922 al 1984. Intervista a Kevin Annet, ex sacerdote della Chiesa Unita del Canada, che mercoledì 7 sarà a Roma, in Parlamento, con due testimoni aborigeni delle Residential Schools...


da Il Manifesto, 04.04.201010


Sono ormai diversi anni che Kevin Annet denuncia gli abusi e le stragi dei nativi canadesi nelle cosiddette "scuole residenziali" cattoliche. Prima col libro The Canadian Holocaust, poi col film documentario Unrepentant, diretto da Louie Lawless, Annet sta cercando di scuotere l'opinione pubblica internazionale sulle sistematiche violenze fisiche, sugli abusi sessuali, gli elettroshock, le sterilizzazioni di massa e gli omicidi perpetrati ai danni delle popolazioni native nella seconda metà del XX secolo. «È necessario che il mondo sappia quello che è successo», recitava una donna nativa in lacrime all'inizio di Unrepentant, ma bisogna vedere se il mondo a cui viene rivolto questo drammatico appello abbia davvero voglia di sapere.

Sia il governo canadese che il capo della Chiesa Cattolica hanno ammesso i crimini commessi nelle scuole residenziali. Infatti, l'11 giugno 2008 il Presidente del Consiglio dei Ministri, Stephen Harper, ha chiesto ufficilamente scusa per il genocidio e per gli abusi inflitti agli aborigeni. Dal canto suo papa Ratzinger, durante un'udienza con Phil Fontaine, leader discusso e non riconosciuto dalle First Nation, ha espresso «il proprio dolore per l'angoscia causata dalla deplorevole condotta di alcuni membri della Chiesa», che ha causato sofferenza ad «alcuni bimbi indigeni, nell'ambito del sistema scolastico residenziale canadese». Queste scuse però, oltre a sminuire il senso delle proporzioni, somigliano a una sorta di confessione che in un sol colpo pretenderebbe di cancellare le responsabilità dei peccatori e di redimerne automaticamente i peccati. Se dei crimini sono stati commessi ed ammessi, si presume che debbano esistere anche i criminali che li hanno compiuti e risulta strano che gli stessi non vengano né identificati né perseguiti a norma di legge.

Ammontano almeno a 50mila i bambini morti nelle scuole residenziali cattoliche, senza contare tutti coloro che resteranno segnati per sempre, fisicamente e psicologicamente, dalle torture e dalle violenze subite. Ma la situazione attuale nelle riserve indiane canadesi continua ad essere tragica e i nativi sono ancora vittime di deprivazioni, violenze razziste, discriminazioni e misteriose sparizioni. Negli ultimi 20 anni, circa 500 donne native americane sono svanite nel nulla in tutto il Canada. Annet ha denunciato la scomparsa di molte ospiti aborigene del centro di Vancouver Eastside e il coinvolgimento di agenti della Royal Canadian Mounted Police (RCMP), della Chiesa e dello stesso governo. Tale coinvolgimento, supportato da prove documentali e da dichiarazioni di testimoni oculari, farebbe capo a una rete di pedofili e a un traffico di film porno e pedopornografia. Più volte Annet, attraverso il suo programma radiofonico Hidden from History, trasmesso dalla Vancouver Co-op Radio, ha rivelato l'esistenza di luoghi di sepoltura di massa per occultare i resti delle donne assassinate nell'area intorno a Vancouver. Un esame necroscopico sui resti di ossa riesumate, rinvenute nella riserva degli Indiani Musqueam, vicino all'Università della British Columbia nel 2004, ha rivelato infatti che queste appartengono a giovani donne mischiate ad ossa di maiale.

L'11 ottobre 2009, Annet si è recato a Roma per consegnare le richieste dei parenti delle vittime native ai vertici vaticani. A tutt'oggi, nessuna risposta è arrivata dalla Santa Sede. Annet ha ufficialmente richiesto che il 15 aprile venga celebrato come giorno della memoria per l'olocausto dei nativi in Canada. L'autore di Unrepentant sarà di nuovo a Roma per presentare il suo documentario presso la Camera dei deputati, mercoledì 7 aprile, alle ore 14,30. Lo accompagneranno anche due anziani che hanno frequentato le Boarding School, in rappresentanza delle vittime native.

In attesa della sua visita gli abbiamo rivolto alcune domande:

Signor Annet, dall'inizio della sua denuncia pubblica, che sviluppi ci sono stati e quali le reazioni del governo canadese e del Vaticano?

La mia campagna è cominciata nel 1996, ma solo dal 2008 la Chiesa e il Governo canadese hanno cominciato a rispondere all'evidenza delle morti avvenute nelle scuole residenziali. I cattolici e le altre chiese ancora si rifiutano di restituire i resti dei bambini che morirono sotto la loro responsabilità o di indicare i nomi dei responsabili. Le chiese si nascondono dietro i loro avvocati e alle cosiddette «scuse» fatte dal Governo a nome di tutti. Nessuno è stato ancora processato o arrestato per quelle morti, anche se noi abbiamo dimostrato che più di 50.000 bambini indiani morirono lì.

Che risalto è stato dato a questa tragedia dai media canadesi, internazionali ed anche italiani?

I media hanno generalmente ignorato questa storia, specialmente in Canada, dove questi crimini e le prove di questo genocidio sono deliberatamente censurati. In altri paesi, i media ancora non si stanno occupando di questa storia, forse perchè il Canada dal punto di vista dei diritti umani ha la reputazione di paese attento ed evoluto, cosa che non è. Ho inviato prove documentate e testimonianze dei crimini accaduti ai media per più di 10 anni, ma raramente le hanno pubblicate e tantomeno trasmesse su radio o televisioni.

Ha mai ricevuto intimidazioni o minacce?

Ricevo regolarmente minacce di morte e di attentati. Ho perso il mio lavoro come pastore, la mia famiglia, il sostentamento. Sono stato aggredito fisicamente, picchiato, minacciato di azioni legali, sottoposto a campagne diffamatorie, censurato e molestato ad ogni livello.

In Europa e in Italia c'è una visione edulcorata, turistica e un po' new-age dei nativi canadesi. Qual è la situazione reale nelle riserve e tra le comunità native?

Lavoro con diversi aborigeni a Vancouver e altre città canadesi, e nelle riserve indiane di tutto l'ovest canadese. La situazione è da terzo mondo: continue morti per malattia, malnutrizione, violenza, suicidi, e gli effetti delle scuole residenziali. C'è gente che muore e scompare tutti i mesi. È un piano per sterminare più indiani possibile e costringerli fuori dalle loro terre per arricchire le multinazionali.

In un documento, dodici anziani del Consiglio, in rappresentanza delle nazioni Cree, Haida, Metis, Squamish e Anishinabe hanno fatto una serie di richieste al Papa Ratzinger ed ai vertici vaticani, tra cui quella di presentarsi davanti al Tribunale Internazionale sui Crimini di Guerra e sul Genocidio in Canada. Che ne pensa?

Io sostengo le richieste di questi capi tribali al Papa e credo che Joseph Ratzinger debba presentarsi davanti al Tribunale per i crimini di Guerra per rispondere alle accuse di genocidio rivolte alla sua chiesa. Il Papa è direttamente implicato nella copertura dei crimini contro quei bambini, sin da quando scrisse la lettera al Vescovo del Nordamerica ordinando di celare le aggressioni sessuali da parte di preti sui fedeli delle loro diocesi. Questo insabbiamento è lo stesso motivo per cui il mondo ancora conosce poco gli omicidi, le torture e le sterilizzazioni perpetrate per decenni nelle scuole residenziali indiane cattoliche in Canada.



domenica 4 aprile 2010

Per l'unità a sinistra e per l'opposizione al regime

La delusione delle aspettative riposte nel voto delle regionali è forte. L'oltranzismo eversivo di una destra che attacca la democrazia e il lavoro, gli scandali continui e le divisioni interne, la disoccupazione e il disagio sociale crescente, non hanno prodotto la sconfitta di questa destra. Siamo ancora dentro la fase politica segnata dalle elezioni del 2008, e dalla delusione dell'esperienza di governo dell'Unione. In Italia non soffia dunque il vento della Francia. L'astensionismo si spalma su tutti i partiti.

L'erosione di consensi che pure la destra registra nonostante la crescita in valore percentuale della Lega, non impedisce la conquista di nuove regioni. Anche se va ricordato che se non fossimo in presenza di un sistema maggioritario, Berlusconi non avrebbe la maggioranza in Parlamento.

Si rafforza l'asse tra Berlusconi e la Lega Nord dentro un esito complessivo che stabilizza il governo. Gli scenari che si aprono sono assai bui. È evidente l'offensiva che si rischia su tutti i fronti: quello istituzionale, in particolare di uno scardinamento costituzionale che intreccia presidenzialismo, federalismo egoista e rottura del bilanciamento dei poteri. Quello sociale, dove il governo cercherà di scaricare i costi della crisi e del debito nel pesante attacco alle pensioni e al welfare. Proseguirà l'aggressione contro il lavoro e il sindacalismo di classe, con il disegno di usare la crisi per modificare in senso regressivo l'insieme dei rapporti di forza sociali e smantellare il contratto nazionale con un salto di qualità della precarizzazione e della polverizzazione dei rapporti di lavoro. Sul piano delle culture politiche, assistiamo a un perverso intreccio tra ideologie sessiste di origine vaticana, razzismo ed esaltazione dei ricchi che diventa ogni giorno di più pratica di governo.

Il primo problema che ci dobbiamo porre è quindi di sconfiggere questa incivile azione governativa. La prima considerazione è che le destre non si sconfiggono oggi nel cielo delle alchimie politiche ma nella società. Senza la consapevole costruzione di un movimento di opposizione non si sedimenteranno nuove adesioni e passioni, non si romperà la solitudine con cui vengono vissuti i drammi occupazionali e il disagio sociale, non si riconquisteranno energie per il cambiamento. In questi due anni l'opposizione non ha vissuto nella società. Le manifestazioni e gli scioperi fatti non sono sufficienti. Per questo il cambio di passo è obbligatorio. La proposta che abbiamo avanzato il 13 marzo di dare seguito a quell'appuntamento, di concordare alcuni obiettivi chiari sulla redistribuzione del reddito e del lavoro, sulla lotta alla precarietà, sulle politiche economiche e ambientali, sui diritti civili, per determinare una mobilitazione duratura nel paese, è oggi tanto più necessaria. L'obiettivo di una prima mobilitazione unitaria di tutte le forze di opposizione contro la manomissione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e dei diritti del lavoro, avanzata ieri da Vendola sul manifesto è la stessa che abbiamo proposto come Federazione della Sinistra a tutti i partiti che hanno indetto la mobilitazione del 13 e proponiamo di perseguirla con tenacia. Come torniamo ad avanzare l'obiettivo di un impegno comune e unitario di tutta l'opposizione per costruire una primavera refendaria che sostenga il referendum promosso dai comitati per l'acqua pubblica, promuova unitariamente referendum contro il nucleare, contro la precarietà e la legge 30.

Un impegno unitario in questa direzione permetterebbe di sbloccare l'attuale situazione. Ci permetterebbe di ricostruire quel clima che da Genova nel 2001, passando per la mobilitazione della Cgil sull'articolo 18, per il movimento antirazzista e contro la guerra, costruì le condizioni per sconfiggere il governo Berlusconi nelle elezioni del 2006. Per poter sconfiggere Berlusconi nelle urne - obiettivo che tutti quanti condividiamo - dobbiamo prima metterlo in crisi nel suo rapporto con la società, dobbiamo incrinare il suo blocco sociale, dobbiamo costruire l'opposizione.

In questo quadro proponiamo di lavorare da subito all'unità delle forze della sinistra. Le elezioni evidenziano come il peso delle forze a sinistra del Pd non sia per nulla irrilevante anche se oggi è assai frammentato e privo di rappresentanza parlamentare. L'esperienza elettorale delle Marche di unità tra Federazione della Sinistra e SeL - che noi avremo voluto praticare anche in Lombardia e in Campania - ci parla in modo embrionale di una forte potenzialità per una sinistra autonoma dal Partito democratico. Noi della Federazione proponiamo di aggregare questo campo di forze per unire la sinistra - dentro e fuori i partiti - imparando dai compagni e dalle compagne dell'America Latina che a partire dall'opposizione al neoliberismo hanno saputo costruire una sinistra plurale, federata, popolare. Mettere al centro la democrazia partecipata contro ogni forma di plebiscitarismo è la condizione per costruire un'alternativa sul piano sociale, politico e culturale. Oggi nessuna forma in cui si organizza l'attività politica è esaustiva della stessa: partiti, sindacati, comitati, associazioni, aggregazioni sulla rete, sono tutte forme parziali e non esiste una palingenesi a portata di mano. Occorre quindi tessere e federare, cucire legami politici nel pieno rispetto della dignità di ognuno e di ogni esperienza. Proponiamo quindi a tutta la sinistra di aprire un percorso di confronto e di unità che sappia ricostruire la speranza e il senso della lotta.

Paolo Ferrero, portavoce della Federazione della Sinistra

03.04.2010, da Il Manifesto:

http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/04/articolo/2561/


sabato 3 aprile 2010

Serve un'opposizione unitaria che parta dai problemi sociali

Lettera aperta ai segretari dei partiti di sinistra e centrosinistra

Care/i amic/he/i e compagne/i,
i risultati delle elezioni regionali consolidano a mio parere il governo Berlusconi. Questo nonostante la corruzione, le iniziative antidemocratiche e la politica antisociale che scarica i costi della crisi su giovani, lavoratori e pensionati.
Penso che l'unico modo per modificare questa drammatica situazione non stia nel cielo delle alchimie politiche ma bensì nella consapevole costruzione di un movimento di opposizione. Questo deve essere unitario e partire dai problemi sociali - dalla drammatica questione occupazionale e salariale - che la popolazione vive in solitudine senza trovare nella politica alcuna risposta.
Vi propongo pertanto di costruire una iniziativa politica che dia continuità alla manifestazione del 13 marzo scorso.
Vi propongo di costruire una primavera referendaria che oltre a sostenere il referendum promosso dai comitati per l'acqua pubblica, promuova unitariamente referendum contro il nucleare e contro la legge 30.
Vi propongo di concordare alcuni obiettivi chiari sulla redistribuzione del reddito e del lavoro, sulla lotta alla precarietà, sulle politiche economiche e ambientali, al fine di determinare la base su cui costruire una mobilitazione nel paese.
Ritengo che un impegno unitario in questa direzione permetterebbe di sbloccare l'attuale situazione ed in particolare di costruire l'agenda politica a partire dai problemi del paese, impedendo al premier di imporre la sua agenda politica. Resto infatti convinto che ogni alternativa non può che partire qui ed ora dalla rimessa al centro della questione sociale.
Nell'attesa di un Vostro riscontro
Un caro saluto
Paolo Ferrero, Portavoce della Federazione della Sinistra

giovedì 1 aprile 2010

Quei grillini dei No Tav Batosta per la sinistra


  • Lei continua a chiamarlo il «ribellismo». Dice che il problema sono quei giovani che sperano nel movimento No Tav perché si interessano solo della contestazione. Che la sua sconfitta dimostra «che solo la politica urlata paga». E a chi le chiede come ha potuto non accorgersi del fatto che il movimento di Beppe Grillo stava rosicchiando tanti consensi al centrosinistra, la governatrice uscente del Piemonte Mercedes Bresso risponde sconsolata: «Non c'erano segnali, i sondaggi non lo dicevano. È stato fuoco amico».
    È andata proprio così. Il giovane medico di base Davide Bono, portavoce dei grillini a cinque stelle, col suo modo di fare neppure troppo aggressivo si prende due consiglieri e quasi il quattro per cento dei consensi. Punti decisivi per assegnare la vittoria al leghista Roberto Cota, passato col 47,32% e 1.043.318 voti, su Mercedes Bresso e il suo 46,90%, ovvero 1.033.946 suffragi. Bono ha preso 90.086 voti, cioè il 4,08%. Nulla di paragonabile all'1,43% di Sel, al 2,64% della Federazione della sinistra, per non dire dei Verdi fermi allo 0,74%. Un grimaldello decisivo per scardinare l'incerta tenuta della sinistra nella provincia di Torino e sicuramente più importante delle tante schede nulle, tirate fuori lunedì sera dalla Bresso ma già dimenticate (ma il ricorso si farà). Visto, poi, che nel 2005 Ghigo era esattamente dov'è il centrodestra ora - con meno Lega, ma questa sarebbe un'altra storia - e che al Pd mancano giusto quattro punti per la vittoria, il centrosinistra sa già contro chi puntare il dito.
    Val Susa, provincia di Torino, qui il candidato del movimento 5 stelle ha incassato cifre da record: il 28,7% a Bussoleno, il 29,8% a Venaus e il 26,5% a San Giorgio (uno dei rari comuni della valle in cui la Bresso ha superato Cota, 37,2% contro 31,5%). Numeri che all'ex zarina fanno accapponare la pelle. Ma lo stupore per questo boom scema appena ci si allontana dal capoluogo, si va verso Avigliana e le montagne. In Val Susa se l'aspettavano. Prendete la folla in piazza Castello davanti al Beppe, il 14 marzo scorso. Ecco. Proprio quel giorno Alberto Perino, storico leader No Tav, fece la sua dichiarazione di voto: Davide Bono. E, ieri, la sua risposta alla domanda sul perché del risultato grillino è stata caustica, come sempre. «È chiaro: gli altri due erano per la Tav. Prima avevamo votato Rifondazione e Verdi. Poi, loro hanno tradito. I 5 stelle, invece, ragionano sulle cose concrete, come noi». E al Pd che li accusa di aver liberato il campo alla Lega? «Che dire, chi è causa del suo mal pianga se stesso».
    Bono, barba e occhialini, era convinto del successo: «Conoscevamo la nostra potenzialità, in valle abbiamo avuto il sostegno dei tanti che alle amministrative hanno appoggiato le Liste civiche». Respinge le accuse del centrosinistra che lo vuole responsabile della sconfitta: «I nostri voti sono principalmente sottratti all'astensionismo e alla delusione». Gli dà ragione Giorgio Vair, vicesindaco a San Didero, 15 chilometri da Susa. Amministratore dall'85, si definisce «indipendente di sinistra». L'ultima volta è stato eletto in una delle Liste civiche che si oppongono all'alta velocità (120 consiglieri comunali sui 600 in valle): «Il voto al movimento 5 stelle è di protesta contro i poteri forti e di contenuto. È stato l'unico a parlare di un diverso modello di sviluppo».
    Rifondazione a Bussoleno è passata dal 12% del 2005 al 4%. Juri Bossuto è consigliere regionale uscente del Prc, da sempre impegnato nelle lotta No Tav. «Siamo dal 1992 nel movimento, senza volerlo cavalcare. Purtroppo il nostro accordo tecnico è stato interpretato come una resa. Non era così, si trattava di opporsi a una destra razzista. Il movimento No Tav ha fatto un grave errore, i grillini non andranno mai davanti alle fabbriche». Che la responsabilità sia anche della sinistra lo ammette Sandro Plano, il presidente della Comunità montana, nel Pd ma sempre a rischio espulsione: «La colpa - lo dice con amarezza - è nostra, bisogna ritrovare lo spirito dell'Ulivo».
    Le cinque stelle prendono molto persino nelle roccaforti rosse della provincia torinese. Come Collegno, dove il Pd si «ferma» al sessanta per cento dei consensi: «Lasciando da parte il 75% delle regionali 2005, siamo calati di cinque punti dalle europee dello scorso anno. C'è un calo ma non parlerei di crisi visto che il partito resta su percentuali altissime», spiega il segretario Francesco Casciano. Anche da queste parti Bono ha rosicchiato un po'. Giusto cinque punti: «Ma la Tav non c'entra, il problema è l'antipolitica. Anche perché la crisi è fortissima. E quando a settembre finiranno gli ammortizzatori sociali, qui, in quella che era la seconda zona industriale d'Europa, la situazione si farà davvero dura».
  • da Il Manifesto

Tempi bui si annunciano in Piemonte

Tempi bui si annunciano in Piemonte

Tempi bui si annunciano in Piemonte. Il neoeletto presidente della Regione, il leghista Roberto Cota, non ha ancora messo piede negli uffici regionali e già è pronto a rendere il favore alle gerarchie cattoliche che gli hanno tirato la volata (insieme con Renata Polverini): annuncia che farà quanto in suo potere per fermare la pillola Ru486 e, comunque, la lascerà per un bel po' nei magazzini.
Proprio così. «Sono per la difesa della vita - ha detto Cota - e penso che la pillola abortiva debba essere somministrata quanto meno in regime di ricovero». Ma quindi quelle pillole che la Bresso aveva ordinato e che sono già arrivate in Piemonte, rimarranno nei magazzini?», la risposta è: «Eh sì, per quanto potrò fare io sì».
Così, da oggi le farmacie ospedaliere (perché, checché ne dica Cota, il consiglio superiore della sanità ha già stabilito che l'aborto farmacologico potrà essere procurato solo con ricovero ospedaliero) potranno avviare la procedura per richiedere la pillola, e già il percorso della Ru486 in Piemonte potrebbe incontrare lo stop della regione. Almeno così si è affrettata a confermare l'ineffabile sottosegretario Eugenia Roccella: «Nonostante l'Agenzia Italiana del Farmaco abbia autorizzato l'immissione in commercio a livello nazionale della pillola, tecnicamente i presidenti delle regioni potrebbero rallentare o anche impedire che il farmaco arrivi negli ospedali non facendolo introdurre nel prontuario regionale». «Tecnicamente», cioè, un'istituzione dello stato si rifiuta di applicare le decisioni di un'altra istituzione dello Stato. Un capolavoro di ipocrisia. E infatti, Roccella è costretta ad aggiungere: «Tuttavia va detto che, in un'eventualità del genere, si aprirebbe poi un problema con l'Aifa, dal momento che il prontuario nazionale è il suo». Ma guarda un po'. E tutto per compiacere qualche vescovo.
Qualcuno dovrebbe dire a Cota e Roccella che in Italia c'è una legge, la 194, che disciplina il ricorso all'interruzione volontaria di gravidanza; il farmaco di cui si parla ha ottenuto l'autorizzazione alla distribuzione sul territorio nazionale; infine, nel nostro Paese è garantita la libertà terapeutica. «Tutto il resto sono chiacchiere inutili». da Liberazione