domenica 19 aprile 2009

Fermiamo il Ponte sullo Stretto

FERMIAMO IL PONTE DI MESSINA

Liberazione, quotidiano di Rifondazione comunista, promuove da oggi una campagna contro la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, per chiedere che i fondi destinati a quest'opera faraonica e pericolosa siano reinvestiti nella messa in sicurezza delle aree ad alto rischio sismico

E' una sfida che - se vinta - può contribuire a una svolta generale nella politica e nella cultura sociale ed urbanistica dell'Italia. 
Mentre il Paese è mobilitato per portare soccorso alle popolazioni terremotate e ricostruire le case, i servizi e l'economia dell'Aquilano, dobbiamo fare tesoro della tragica lezione dando priorità agli investimenti per l'adeguamento antisismico degli edifici delle aree geologicamente più a rischio. E' questa la vera emergenza sicurezza.

Firmiamo l’appello

al seguente indirizzo di posta elettronica, fornendo nome cognome e città di residenza:

strettonecessario@liberazione.it

Fermiamo il Ponte sullo Stretto

Il terremoto che ha devastato la terra d'Abruzzo ha messo di fronte agli occhi di tutti la drammatica condizione del patrimonio abitativo italiano, in gran parte edificato senza alcuna osservanza delle più elementari norme antisismiche. A questo si somma la constatazione che la speculazione edilizia, il risparmio sui materiali da costruzione, spinto sino a delinquenziali omissioni di ogni regola protocollare attinente alla sicurezza, hanno trasformato un evento naturale da governarsi con efficaci misure di prevenzione in una catastrofe umana e sociale di enormi proporzioni. E' uno scenario che si ripete sistematicamente, nel nostro Paese, senza che - calato il sipario sull'emergenza - si ponga mente e mano a una radicale revisione del modus operandi. Diventa così fatale l'appuntamento con la prossima catastrofe, sin d'ora annunciata. Si tratta invece di mettere a frutto la lezione che viene da questa ennesima sciagura. E rivendicare che si abbandoni il più inutile e dispendioso fra i progetti di grandi opere, il ponte sullo Stretto di Messina, per investire su un grande progetto di bonifica e di messa in sicurezza di tutte le abitazioni che si trovano in uno stato di palese inadeguatezza, cominciando dagli edifici pubblici, nelle aree al di qua e al di là dello Stretto medesimo, notoriamente ad altissimo rischio sismico. Una simile scelta, improntata ad un'ancora inedita lungimiranza, contribuirebbe a scongiurare altri lutti, altre distruzioni e - contemporaneamente - a formare una diversa cultura ecologica, fondata sulla prevenzione, sul risparmio del territorio, sullo sviluppo della bioedilizia, sull'impiego di fonti di energia rinnovabili, sulla messa al bando della speculazione affaristica fra imprese e potere politico, sull'attivazione di severi ed efficaci controlli amministrativi. Insomma, l'attenzione generale che il dramma abruzzese ha calamitato su di sé, può essere ora trasformata in un'occasione di cambiamento, in un'altra idea di società e di Paese.

Vincenzo Accattatis, Mario Alcaro, Bruno Amoroso, Alberto Asor Rosa, Gaetano Azzariti, Imma Barbarossa, Piero Bevilacqua, Rita Borsellino, Sergio Brenna, Alberto Burgio, Francesco Cavalli Sforza, Luigi Ciotti, Alessandro Dal Lago, Elena De Filippo, Vezio De Lucia, Giovanni De Luna, Raniero La Valle, Paolo Leon, Gianni Mattioli, Maria Grazia Meriggi, Lidia Menapace, Andrea Morniroli, Giorgio Nebbia, Tonino Perna, Carla Ravaioli, Lidia Ravera, Annamaria Rivera, Stefano Rodotà, Edoardo Salzano, Enzo Scandurra, Massimo Serafini, Mario Tozzi, Nicola Tranfaglia, Alberto Ziparo


16/04/2009

martedì 31 marzo 2009

La nostra azione politica deve essere collocata dentro questa grande crisi economica

Relazione di Paolo Ferrero al Cpn

La nostra azione politica deve essere collocata dentro questa grande crisi economica. Questa rappresenta l'esito dei processi della globalizzazione neoliberista, che possiamo così sintetizzare: bassi salari, taglio del welfare, processi di finanziarizzazione dell'economia.
Di fronte alla crisi finanziaria, l'idea che va per la maggiore è pompare quantità enormi di danaro verso le banche, mantenute private. Questo significa produrre un ulteriore travaso di ricchezze dai salari e dal bilancio pubblico verso la rendita finanziaria.
Insomma, la valutazione che propongo è la seguente: le politiche messe in campo non danno elementi di fondo per l'uscita dalla crisi perché non affrontano i nodi che hanno determinato la crisi. Pur con qualche nota positiva a partire dagli Usa, non si affrontano, radicalmente, le questioni della redistribuzione del reddito, della ricostruzione di un sistema di welfare pubblico, di rendere pubblico il sistema del credito. Insomma, nelle politiche prevalenti nei governi attuali, non si intravede per adesso nessun new deal.

Il caso italiano
In Italia, il governo Berlusconi non vuole risolvere la crisi ma la utilizza per una svolta a destra, per scardinare le relazioni sociali ed istituzionali.
Lo vediamo nell'attacco al contratto di lavoro e al diritto di sciopero, nell'attacco alla scuola pubblica e al sapere come bene comune, nell'approvazione del federalismo fiscale, nei tagli agli enti locali, negli attacchi alla Magistratura.
Un attacco complessivo che utilizza elementi ideologici e simbolici: i migranti utilizzati come capri espiatori e una politica integralista e reazionaria sul testamento biologico.
L'elemento da sottolineare è il seguente: il disegno della destra è organico e ha come obiettivo la gestione autoritaria della frantumazione sociale, attaccando insieme diritti sociale e diritti civili. Si colpisce il sindacato e la magistratura, indebolendo i corpi sociali intermedi e il bilanciamento dei poteri dello Stato. C'è contemporaneamente una operazione di cooptazione di gruppi dirigenti dei poteri forti, anche di quelli che stavano dentro l'orbita del centro sinistra, da Confindustria al sistema bancario. Col Vaticano vi è già piena identità di vedute.
Questo processo materiale si accompagna al processo politico della costruzione del partito unico delle destre, una forza a vocazione egemonica totalitaria.
Io credo che tutto ciò determinerà, dopo il passaggio delle europee, l'esplicitarsi di un'ipotesi di scardinamento istituzionale: la riduzione del ruolo e dei poteri del Parlamento e l'elezione diretta del Capo dello Stato. Uno sfondamento istituzionale, coerente con progetto sociale e politico: la realizzazione del programma della P2.

L'opposizione che non c'è
Il principale vantaggio di Berlusconi è, innanzitutto, l'inefficacia dell'opposizione parlamentare. Questione che ritengo risieda fondamentalmente nell'assenza di un progetto alternativo. Berlusconi ha un disegno chiarissimo mentre l'attuale opposizione parlamentare, anche per la relazione di internità che ha con quei poteri forti che le destre stanno cooptando, non ne ha uno suo.
In questo quadro, dobbiamo riconoscere che anche noi abbiamo avuto in questi mesi una difficoltà a costruire un punto di vista diverso, visibile a livello di massa. Non siamo riusciti a costruire un punto di vista alternativo all'opposizione parlamentare. Soprattutto a causa delle nostre divisioni interne, anche dopo la manifestazione dello scorso ottobre, non siamo stati in grado di produrre una iniziativa che avesse un grado sufficiente di efficacia e visibilità.
La forza di Berlusconi sta, quindi, nell'indeterminatezza e inefficacia dell'opposizione parlamentare e nella nostra impotenza. Non che Rifondazione non abbia promosso iniziative importanti: contro l'attacco alla scuola, per la difesa del contratto nazionale, in rapporto alle vertenze sindacali, l'avvio di esperienze di mutualismo come la distribuzione del pane ecc. Ma non siamo ancora riusciti a dare visibilità a un progetto alternativo.

Una campagna di massa contro la crisi
Vi propongo quindi di fare un salto di qualità a partire dal fatto che le nostre divisioni ci stanno dietro alle spalle e dal fatto che oggi la crisi inizia a mordere ferocemente. Dobbiamo innanzitutto spiegare perché c'è la crisi. La crisi non deriva dal fatto che abbiamo vissuto oltre i nostri mezzi e che quindi il modo per uscirne è tirare la cinghia. E' il contrario: la crisi è prodotta dai bassi salari, dalla distruzione del welfare, ecc.
Per questo proponiamo di fare una campagna di massa, da dispiegare nei prossimi due mesi, con una raccolta di firme in tutto il Paese per presentare la nostra lettura della crisi e la piattaforma che proponiamo.
I punti fondamentali sono:
- la redistribuzione del reddito;
- il blocco dei licenziamenti;
- l'estensione della cassa integrazione a tutti, a prescindere dalle dimensioni dell'azienda e dalla forma giuridica del contratto, e il salario sociale per i disoccupati;
- il no alle delocalizzazioni delle imprese;
- la lotta alla speculazione finanziaria (dall'introduzione della Tobin Tax, all'aumento della tassazione delle rendite, alla possibilità per i lavoratori di rientrare in possesso del loro Tfr, vista la perdita clamorosa determinata dai fondi pensione);
- l'intervento pubblico in economia, sia sul versante del controllo pubblico del credito che da quello della riconversione ecologica delle produzioni.
Questa piattaforma deve crescere dentro le mobilitazioni, a partire da quella di oggi del sindacalismo di base e quella di sabato prossimo della Cgil. Dobbiamo avere chiaro infatti come oggi il fondamentale elemento su cui costruire una controtendenza sia la tenuta della Cgil e del sindacalismo di base. Per contribuire affinché questa tenuta politica di mobilitazione prosegua anche dopo il 4 aprile, cosa non semplice o scontata.
In secondo luogo è assolutamente decisiva la capacità di far vivere questa nostra campagna di massa nei territori e nella costruzione di vertenzialità locali. Dobbiamo costruire Comitati unitari contro la crisi, come organismi aperti e partecipati.
Faccio un solo esempio concreto ma di grande rilievo.
Per fasce importanti di lavoratori, in particolare nel nord, le casse integrazioni vanno in scadenza; questo sta portando direttamente ai licenziamenti. Se questo accade si pone il problema di mutare forme di lotta, arrivando sino all'occupazione delle fabbriche. Insomma, un conto erano le crisi degli anni 80: per la gran parte, processi lunghi che duravano 6/7 anni. Ma se oggi, solo dopo un anno, si arriva al licenziamento, o sei in grado di tenere aggregati i lavoratori anche con un livello di lotta più alto o non hai la possibilità di arrestare un processo di disgregazione. I comitati contro la crisi devono aiutare a non isolare quei lavoratori ma a creare una solidarietà vasta tanto più necessaria quando si alza il livello del conflitto.
Come andranno a finire queste mobilitazioni e queste vertenze non è cosa da guardare come spettatori. Non si costruisce una sinistra di alternativa vera e radicata se viene sconfitta la nostra gente.
Questo interessa direttamente la prospettiva della costruzione di una sinistra autonoma e alternativa al progetto del Pd, con un suo profilo politico e culturale, una sua piattaforma e abbia come elemento fondante il proprio essere alternativi al Pd e la lotta al bipolarismo.

La lista anticapitalista
Per le amministrative, si è lavorato tenendo al centro del programma le questioni della crisi con proposte di merito.
Per le elezioni europee, avevamo un mandato chiaro: dare vita a una coalizione anticapitalista, di forze di sinistra e comuniste. Una lista i cui eletti avessero aderito al Gue e un simbolo elettorale che partisse da quello del Prc.
L'esito concreto è una lista proposta da 4 soggetti: Socialismo 2000, Consumatori Uniti, Pdci e Prc. Nel documento che sancisce questa unità, l'aggregazione viene definita come lista anticapitalista che unisce i quattro soggetti suddetti e che è aperta ad altre forze, realtà sociali, movimenti, con alla base l'adesione al Gue che raccoglie le forze comuniste, della sinistra ecologista e anticapitalista. Le quattro forze si impegnano a costituire un coordinamento anche dopo le elezioni europee.
Io credo che si sia fatto in questo modo un passo in avanti importante.
Abbiamo messo con i piedi per terra, cioè ancorandolo a contenuti e percorsi reali una discussione sull'unità che altrimenti è puramente astratta. Unità tra diversi soggetti, ognuno con il suo legittimo progetto - che va tenuto un passo indietro in campagna elettorale - ma uniti su una lista per le europee che ha una discriminante anticapitalistica e contenuti molto precisi e che decidono già da adesso che saranno assieme in un coordinamento anche dopo le elezioni.

domenica 29 marzo 2009

Piattaforma del Partito della Sinistra Europea per le elezioni del Parlamento Europeo 2009

I. Le elezioni del Parlamento Europeo a Giugno del 2009 costituiscono un’opportunità per cambiare le fondamenta dell’Unione Europea (UE) e per aprire una nuova prospettiva per l’Europa.

Stiamo affrontando una crisi finanziaria, economica e sociale; una crisi del sistema intero. Essa amplifica e peggiora la crisi alimentare, energetica ed ecologica. Ogni giorno diventa più grande. Ovunque, nell’Unione Europea, lo shock è enorme. Questa crisi è causata dal capitalismo neoliberista globalizzato, principalmente dalla irresponsabilità delle élites economiche e politiche che hanno portato avanti questo capitalismo d’azzardo ma a pagarne il prezzo dovranno essere le persone. Tale crisi mette in pericolo la pace, la sicurezza internazionale e la coesistenza. Il mondo è stato condotto verso questa crisi globale dalla politica egemonica degli Stati Uniti ed in parti-colar modo dall’amministrazione Bush.

Oggi, appare chiaro, ancora una volta, il fallimento della globalizzazione neoliberista che ha massimizzato i profitti dei principali attori del mercato finanziario su scala mondiale al di fuori di ogni intervento o controllo statale. La politica, lo stato e la società intera sono subordinati ai mercati finanziari privi di controllo. Il risultato è chiaro: mancanza di democrazia e fine dello stato sociale.

La politica dei bassi salari e del lavoro precario, quale conseguenza delle misure deflazionistiche applicate dai governi dei paesi sviluppati, hanno messo a repentaglio il sistema finanziario e creditizio.

I governi, le istituzioni dell’Unione Europea e gli organismi economici mondiali come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e il WTO hanno imposto privatizzazione e deregolamentazione.

Il risultato è la messa in discussione delle fondamenta neoliberiste dei trattati dell’Unione Europea, nello specifico l’insistenza su “un’economia di mercato aperta alla libera competitività”: l’assenza di controllo sulla libera circolazione del capitale, la liberalizzazione dei servizi pubblici, lo status e la missione della Banca Centrale Europea.

La natura storica di questa crisi che colpisce il cuore del capitalismo ci sfida a contribuire alla resistenza delle persone e ad aprire una prospettiva di cambiamento in Europa. Il Partito della Sinistra Europea ritiene che la strada per venire fuori da questa crisi si possa trovare soltanto se si lotta per un‘Europa democratica e sociale: una Europa dei popoli e non delle banche.

Questa crisi è anche politica. Il NO irlandese, francese e olandese ai Trattati di Lisbona e della Costituzione Europea hanno dimostrato che un numero crescente di persone in Europa non sono d’accordo con le politiche anti-democratiche e anti-sociali dell’Unione Europea. Esse ritengono che questa Unione Europea sia una costruzione troppo lontana e di difficile comprensione che non le riguarda, che ignora le loro speranze e gli aspetti concreti della loro vita.

Ribadiamo il nostro NO al Trattato di Lisbona. L’espressione democratica della volontà della gente deve essere rispettata all’interno di un nuovo processo democratico fondato sulla partecipazione dei popoli, dei parlamenti nazionali e del parlamento europeo. La partecipazione democratica e dei poteri dei parlamenti deve essere rafforzata attraverso norme come quella sulla presentazione di petizioni popolari, sull’ampliamento della codecisione e sul rapporto con i parlamenti nazionali e il parlamento europeo. I cittadini e le cittadine dell’Unione Europea devono discutere e decidere un’alternativa al Trattato di Lisbona.

L’Unione Europea continua ad interferire nella vita delle persone in Europa. 15 anni dopo il Trattato di Maastricht gli orientamenti neoliberisti continuano a prevalere: le condizioni di vita e le condizioni lavorative della maggioranza della popolazione europea sono rapidamente peggiora-te; orari di lavoro più lunghi, salari insufficienti, aumento della durata della vita lavorativa, aumento della disoccupazione giovanile e della disoccupazione a lungo termine, lavori brevi, impieghi temporanei e stage non retribuiti costituiscono una scandalosa realtà. I servizi pubblici vengono utilizzati per fare profitti. A questi elementi si accompagnano la pressione psicologica e fisica, le malattie, la paura, la perdita di solidarietà e la violenza contro i più deboli. La situazione dei migranti nell’Unione Europea e nei suoi Stati Membri, così come la politica sull’immigrazione dell’UE riflettono in modo drammatico la condizione sopra descritta. D’altra parte, i profitti sono aumentati vertiginosamente: i manager ricevono stipendi astronomici, anche se il loro agire ha delle conseguenze negative. I ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri.

In merito ai recenti eventi successi in Europa, come il conflitto del Caucaso, gli sviluppi in Kossovo, i trattati bilaterali con gli Stati Uniti relativi all’installazione delle basi militari statunitensi nell’Europa dell’Est e il riarmo in corso, è importante per l’UE rispettare il diritto internazionale e trovare soluzioni politiche a tutte le crisi.

La militarizzazione della politica estera dell’Unione Europea vincolata alla NATO deve essere sostituita da un concetto alternativo di sicurezza, fondato sulla pace, il dialogo e la cooperazione internazionale.

Molte sono le persone deluse, frustrate o che fuggono dalle politiche europee. Ma molti sono anche quelli che lottano per il proprio lavoro e per la sicurezza sociale, per i servizi pubblici e per il diritto a partecipare al processo politico decisionale. Combattono per i loro diritti politici, sociali e individuali, per il rispetto dei diritti umani di tutte le persone che abitano l’Unione Europea. La migrazione e l’asilo sono divenute questioni centrali della lotta politica. Le persone si battono per l’eguaglianza di genere e per la democrazia, per la giustizia e per il diritto di tutte e tutti a vivere in dignità e solidarietà l’una con l’altra.

Mai come ora l’Unione Europea si trova di fronte a un bivio:

• O l’UE continua l’attuale politica capitalista che non fa che approfondire la sua crisi finanziaria, securitaria, alimentare ed energetica;

• O l’UE si trasforma in un’area di sviluppo sostenibile e giustizia sociale, di pace e cooperazione mutua, di eguaglianza tra uomini e donne; di partecipazione democratica e solidarietà, dove antifascismo, antirazzismo, libertà civili e diritti umani costituiscano una pratica comune.

La decisione è riposta nelle mani delle persone. Per superare la rassegnazione o l’astensionismo noi diciamo: una alternativa esiste. Le politiche, siano esse a livello nazionale o europeo, devono e possono essere cambiate.

La Sinistra Europea, vuole che questa Europa sia una Europa civile e di pace, la cui economia sia socialmente ed economicamente sostenibile, che sia femminista e si sviluppi sulla base della democrazia e della solidarietà. Ciò necessita di una nuova sinergia tra le forze politiche e sociali. Ciò ha bisogno di idee, di iniziative e di un lavoro costante degli attori politici e delle forze democratiche, dei sindacati, dei movimenti sociali e dei rappresentati della società civile. Le alternative sono possibili – attraverso una lotta comune sia nelle strade che nei parlamenti.

Noi ci uniamo alla lotta del movimento pacifista e contro la Guerra, al movimento No Global per un'altra globalizzazione, a tutti coloro che resistono alla precarizzazione della vita, alle lotte dei lavoratori e delle lavoratrici, dei giovani e delle donne.

Abbiamo cooperato con successo assieme ai rappresentati di altri partiti socialisti, comunisti e della sinistra verde nordica all’interno del gruppo GUE/NGL al Parlamento Europeo. Il carattere pluralistico di questo gruppo ha arricchito il potere creativo dell’opposizione di sinistra tra il 2004 ed il 2009. Vogliamo sviluppare ulteriormente questa esperienza nel neo eletto parlamento europeo.

Proprio di fronte alle crisi in corso, la Sinistra Europea, è chiamata a esercitare un ruolo sempre più efficace, nella sua capacità di azione politica comune contro l’egemonia politica e culturale della destra.

Le politiche neoliberiste nell’Unione Europea sono state rese possibili, tra le altre cose, anche grazie a una sorta di grande coalizione tra i partiti delle forze conservatrici europee e i partiti dei socialisti europei. Tale consenso costituisce una delle ragioni della crisi politica della costruzione europea e genera grandi contraddizioni all’interno dei partiti socialdemocratici.

La Sinistra Europea compete con i partiti conservatori, liberali, socialdemocratici e verdi negli Stati Membri e con i corrispettivi partiti politici in ambito europeo che aderiscono alla logica delle politiche in corso, per un cambiamento e per la riconquista di uno spazio politico in Europa.

La Sinistra Europea conferma la sua lotta contro ogni tentativo da parte dell’estrema destra e dei partiti populisti di allargare la loro influenza in Europa.

II. Superare la crisi: le persone prima dei profitti

Per un’economia sociale ed ecologica in Europa

La crisi richiede una risposta coordinata a livello europeo e internazionale.

La Sinistra Europea è a favore di una politica fondata sullo sviluppo economico e sociale, sulla protezione dell’ambiente e volta al raggiungimento della coesione sociale ed economica come base della giustizia sociale. Contrari alla Strategia di Lisbona lottiamo per una strategia fondata sui valori della solidarietà e della cooperazione, della piena occupazione e di una relazione razionale con la natura. Ciò è possibile solo cambiando le regole esistenti del sistema economico e finanziario internazionale.

Affrontare le radici della crisi finanziaria, con le sue conseguenze economiche e sociali, significa occuparsi dell’aumento delle sue drastiche conseguenze, che è in contraddizione con la promozione delle capacità umane e di uno sviluppo veramente sostenibile.

E’ necessario rifondare l’Unione Europea sulla base di nuovi parametri: capacità di concentrazione su persone e diritti prima che sui profitti.

Sottolineiamo che i lavoratori e le lavoratrici non devono pagare la crisi mentre le banche e la finanza vengono salvate. La logica sottostante ai piani del G7, come per l’Unione Europea, sono la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite.

Anche l’attuale legislatura consente di spendere per piani di investimento capaci di garantire l’impiego, di sostenere l’economia reale e la ristrutturazione ecologica dell’economia.

Per quanto riguarda la finanza, la crisi ha reso evidente il ruolo determinante assunto dal credito. Il credito deve essere re-indirizzato verso l’economia reale e le collettività, per l’occupazione, le priorità sociali ed ambientali, dalle città alle regioni fino ad arrivare al sistema della Banca Centra-le Europea. Per mettere in pratica un tale ri-orientamento del credito e della moneta, siamo a favore di un controllo pubblico e sociale sul sistema finanziario e bancario. Stiamo dalla parte dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici e delle loro organizzazioni, così come degli eletti che devono essere messi nella condizione di controllare l’utilizzo fatto dei crediti e dei sussidi.

Noi critichiamo gli obiettivi e le politiche specifiche della Banca Centrale Europea; la sua assoluta indipendenza da ogni forma di indirizzo politico; la mancanza di trasparenza delle sue decisioni e azioni. Sottolineiamo l’impellente bisogno che le sue politiche monetarie rispondano agli obiettivi di una nuova crescita economica e occupazionale che sono prioritarie rispetto al mantenimento dell’inflazione.

Il ruolo della Banca Centrale Europea (BCE) deve essere cambiato in linea con i criteri dell’impiego e dello sviluppo sociale ed ecologico attraverso una diminuzione selettiva delle sue rate d’interesse. La BCE deve essere sottoposta a controllo pubblico e democratico. Il suo statuto deve essere modificato. Il Patto di Crescita e Stabilità deve essere sostituito da un nuovo patto a favore della crescita, della piena occupazione, della protezione sociale e ambientale.

Dobbiamo tassare le transazioni finanziarie e i profitti in Europa e abolire i paradisi fiscali. E’ inoltre necessario stabilire una tassazione dei capitali speculativi per poter dare vita a un fondo Europeo.

La Tobin Tax può essere lo strumento per finanziarie iniziative industriale innovative nei settori indicati dalle agenzie internazionale delle Nazioni Unite e volte a ridurre l’emissioni globali e a far crescere i posti di lavoro. Questo fondo europeo dovrà essere sottoposto alle linee guida e ai programmi del Parlamento Europeo: una sorta di New Deal verde del parlamento stesso.

I movimenti di capitale, in particolare i profitti, che non sono direttamente legati agli investimenti e al commercio, devono essere soggetti a controllo e tassazione.

I beni comuni e i settori strategici dell’economia, compreso il sistema finanziario e creditizio, de-vono essere socializzati (nazionalizzati) mentre c’è il bisogno di ricostruire uno stato sociale ge-nerale su scala europea. La privatizzazione dei servizi pubblici deve essere invertita. Abbiamo bisogno di aumentare salari e redditi. Abbiamo bisogno di armonizzare il sistema finanziario eu-ropeo, fondato sul principio della progressività delle imposte.

In accordo con i nuovi diritti e poteri di impiegati e cittadini, dovrebbe essere loro permesso di rompere il monopolio dell’informazione strategica e delle decisioni dei principali attori del mercato così come che essi attuino una reale abdicazione del potere politico. La democrazia deve comin-ciare dal coinvolgimento dei cittadini stessi e deve essere estesa a ogni sfera della vita sociale.

L’attuale politica salariale, il dumping ambientale e sociale dovrebbero essere sostituiti da stan-dard europei sostenibili in grado di prevenire la povertà. Le sentenze della Corte Europea di Giu-stizia costituiscono un forte attacco ai contratti collettivi e alle regolamentazioni in materia di lavo-ro, noi sottolineiamo l’esigenza di rafforzare i contratti collettivi ed i diritti dei lavoratori e delle la-voratrici. Rigettiamo la direttiva dell’UE che estende l’orario di lavoro oltre le 65 ore settimanali permettendo una totale flessibilità e aumento dell’individualizzazione del lavoro. Crediamo che le regolamentazioni sull’orario di lavoro debbano ammettere un massimo di 40 ore settimanali. Tale punto per noi risulta essenziale. Le regolamentazioni nazionali migliori dovrebbero essere pre-servate. Chiediamo un salario minimo europeo che rappresenti almeno il 60% della media dei salari nazionali e che non metta a rischio i contratti collettivi.

Un reddito minimo per i disoccupati, così come una pensione minima vincolata al salario minimo e automaticamente aggiustata all’evoluzione dei prezzi è necessaria per garantire una vita digni-tosa. Età pensionabili flessibili dovrebbero essere garantite, prendendo in considerazione le at-tuali regolamentazioni vigenti negli Stati Membri dell’Unione Europea.

Chiediamo un rafforzamento dei diritti lavorativi dei migranti affinché possano lavorare ovunque essi abitino in Europa. Una legge sulle migrazioni dovrebbe concentrarsi sugli interessi dei mi-granti e non sugli interessi delle aziende che cercano lavoro a basso costo obbligando milioni di migranti a lavorare nel mercato nero. Rigettiamo qualsiasi regolamentazione o direttiva nell’UE e nei suoi Stati Membri che imponga l’espulsione. Ciò di cui si ha bisogno è una regolamentazione e un permesso di lavoro per la ricerca di impiego.

Rigettiamo il concetto di “Flexicurity” della Strategia di Lisbona. Le nostre priorità sono i passi contro la povertà, la marginalizzazione sociale e la precarietà, per una piena occupazione regola-re, per un aumento dei salari, dei sussidi sociali e pensionistici. Le tasse devono essere aumen-tate sia sui redditi che sul capitale, permettendo in questo modo una re-distribuzione dall’alto ver-so il basso.

L’educazione, la tutela dei bambini e degli adolescenti, le malattie e la terza età, sanità, riforni-menti d’acqua e dispositivi di fognatura, rifornimenti di energia, trasporto pubblico, servizi postali, sport di massa e cultura non sono beni commerciali ma servizi pubblici che appartengono alla responsabilità dello stato. Per questo, non devono essere soggetti alla competitività al ribasso dei costi per l’ottenimento di maggiori profitti. Non vogliamo servizi pubblici e beni privatizzati ma una inversione di tendenza o riconversione in proprietà pubblica. Siamo a favore di servizi pubblici forti e di aziende controllate pubblicamente, di maggiori investimenti nel settore educativo, infer-mieristico e della sanità, dei trasporti pubblici, dello sport e della cultura.

Per noi le questioni climatiche e sociali sono correlate. Per questo motivo l’attuale crisi finanziaria ed economica non può essere scissa dalle sfide poste dal cambiamento climatico e all’esigenza di modificare il nostro modello produttivo e consumistico. Siamo a favore di uno sviluppo imme-diato e consistente di un nuovo trattato internazionale in accordo con il 4° Report prodotto dal Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico e aderiamo al piano di azione dell’UE 2007-2009. Chiediamo una piena implementazione degli obblighi firmati e promessi dall’UE in tutti i settori relativi alle politiche climatiche ed energetiche. I seguenti compromessi costituiscono i punti minimi da applicare per poter realizzare gli impegni già assunti:

• Ridurre le emissioni globali del 30% entro il 2020 sulla base dei livelli del 1990 e di alme-no l’80% entro il 2050.

• Aumentare l’utilizzo di energie rinnovabili di almeno il 25% entro 2020

• Ridurre il consumo totale di energia primaria del 25% entro il 2020 e aumentare l’efficienza energetica del 2% annualmente includendo un limite al consumo pro capite.

• Introdurre l’obbligo di efficienza per l’industria e per i produttori di beni ad alto consumo di energia.

• Limitare il quadro dei sussidi della UE conseguentemente al settore dell’efficienza ener-getica e delle energie rinnovabili.

Siamo contro la riduzione del protocollo di Kyoto ad un sistema di mercato delle quote di emis-sione. Occorre invece, per arrivare alla stipula di Kyoto 2 una nuova strategia complessiva che consenta di ridurre le emissioni rendendo più equo e sobrio lo sviluppo. E’ necessario un nuovo paradigma fondato non sulla competizione, ma sulla cooperazione, a partire dal trasferimento tecnologico ai paesi in via di sviluppo, dal finanziamento delle tecnologie pulite e dalle politiche di aggiustamento dei cambiamenti climatici.

L’acqua è un bene universale e l’accesso ad essa deve essere garantito e inteso come diritto umano.

La protezione della natura e lo sviluppo di risorse rinnovabili, la trasformazione dei nostri pae-saggi, così come la sicurezza del fabbisogno alimentare sono sfide esistenziali. Chiediamo che ci sia un accordo per il raggiungimento degli standard ambientali più alti all’interno dell’Unione Eu-ropea per contribuire a salvare la biodiversità per le generazioni future (passi concreti per la ridu-zione di rifiuti, protezione delle acque, politiche di prevenzione della desertificazione e ripopola-mento verde, ecc, tutto ciò deve essere incorporato nelle strategie e nelle politiche, in particolare nei settori agricoli, e di protezione energetica e climatica).

Siamo schierati a favore di una revisione sostanziale della Politica Agricola Comune (PAC) dell’Unione Europea. Essa deve essere orientata al diritto di tutti i popoli, ovunque nel mondo, di poter decidere sulle rispettive politiche agricole per conto proprio nel pieno rispetto dell’ambiente

Ci opponiamo a qualsiasi riforma della Politica Agricola Comune dell’UE che sfidi le politiche a-gricole pubbliche. Chiediamo che l’agricoltura non sia argomento dei negoziati del WTO e ci op-poniamo al fatto che l’agricoltura diventi sempre di più terreno di gioco per gli attori neo-liberali e per le misure di liberalizzazione a livello mondiale. Sosteniamo la richiesta a favore della sovrani-tà alimentare.

Ciò significa dare priorità alla produzione agricola locale, alla qualità degli alimenti e alla non re-strizione dell’immissione dei prodotti nel mercato mondiale. L’accesso alla terra, ai semi, all’acqua e ai crediti deve essere regolato da una vera riforma della terra in Europa e in altri con-tinenti.

Chiediamo una politica di sviluppo rurale complessiva: lo sviluppo di una produzione agricola e l’opportunità di posti di lavoro dovrebbero costituire i criteri centrali dello sviluppo delle campa-gne, con l’applicazione di politiche settoriali specifiche, sostegno alla biodiversità agricola e ai posti di lavoro nel settore rurale, specialmente per giovani e donne. I sussidi dovrebbero essere elargiti sulla base di criteri economici, sociali e ambientali e non sulla base del profitto dei grandi produttori di alcuni settori. Partendo da questo punto la distribuzione del bilancio della PAC deve essere re-indirizzato, in particolare, al bisogno delle aree rurali.

L’agricoltura del 21esimo secolo deve avere un carattere multifunzionale: la protezione del mate-riale moltiplicativo delle piante, garanzia del diritto dei contadini ad avere i propri semi, applicare i programmi di sviluppo dell’agricoltura organica e al bestiame, proibire l’uso di organismi geneti-camente modificati (OGM) nella produzione di alimenti e di derrate alimentari, difendere e valo-rizzare la denominazione di origine anche nei mercati non europei.

III. Una Europa di pace e cooperazione

Sul suolo europeo nessuna guerra deve poter nascere. Consideriamo la guerra e la militarizza-zione strumenti non politici e vogliamo una strategia che garantisca la sicurezza per tutte e tutti.

Il disarmo e la riconversione delle industrie militari sono compiti prioritari. Lavoriamo per una sen-sibilizzazione contro il riarmo previsto dal Trattato di Lisbona, non solo per via delle armi letali e di distruzione della natura, ma anche perché sottrae fondi allo sviluppo economico, sociale ed ecologico. L’Agenzia di Difesa della UE dovrebbe essere sostituita da una Agenzia di Disarmo il cui compito dovrebbe essere quello di fermare la corsa al riarmo, la proliferazione ed il possesso di armi di distruzioni di massa così come la militarizzazione dello spazio e degli oceani in base agli accordi relativi al disarmo.

I conflitti emergenti nel continente europeo – in particolare dopo il rifiuto dei governi nel 1990 di ripensare la cooperazione tra gli stati europei su una base giusta ed egualitaria– hanno eviden-ziato la necessità di creare un nuovo sistema collettivo di sicurezza nel continente europeo. Da una crisi regionale a una situazione di guerra, il conflitto del Caucaso nell’Agosto del 2008 è sfo-ciato in una crisi internazionale che ha coinvolto gli Stati Uniti e ha richiamato l’UE e la popola-zione europea alle proprie responsabilità, ovvero la negoziazione di una soluzione politica. Resta un nodo centrale il pericolo che tali conflitti comportano, il rischio che essi si espandano in altre regioni europee. Al tempo stesso, il dispiegamento delle forze NATO in Afghanistan e la crescen-te richiesta da parte degli Stati Uniti di aumentare la partecipazione europea mostra il fallimento dell’intervento militare condotto dall’amministrazione Bush. Dimostra la crescente contraddizione tra gli interessi europei per la sicurezza e la strategia di intervento militare e di espansione della NATO.

La Sinistra Europea riafferma la sua richiesta di dissoluzione della NATO. Ci opponiamo alla logi-ca dei blocchi militari, compresi i tentativi e le politiche volte alla creazione di strutture militari europee.

Ora più che mai, la sicurezza in Europa deve fondarsi sui principi della pace e la sicurezza, del disarmo e della impossibilità di effettuare attacchi offensivi, sulla soluzione politica e civile dei conflitti, all’interno del sistema OSCE, in conformità al diritto internazionale e ai principi di Nazioni Unite riformate e democraticizzate. Un siffatto sistema europeo collettivo e cooperativo deve garantire la sicurezza e l’accesso incondizionato ai rifornimenti energetici, all’ambiente, ai diritti umani, ecc

Va sottolineato il ruolo negativo, politico e non solo militare, che la NATO svolge in conformità con gli interessi USA in Europa. Anche dopo la caduta dei due blocchi contrapposti Est-Ovest, la NATO è rimasta e si è sviluppata sempre di più come uno strumento funzionale delle amministra-zioni statunitensi per le sue strategie egemoniche. L’allargamento della NATO ad Est risponde a questa logica.

Gli stessi accordi bilaterali tra gli Stati Uniti e diversi paesi europei, quale quello con l’Italia per la base militare statunitense di Vicenza, quello con la Polonia e la Repubblica Ceca per il dispie-gamento dei sistemi di difesa missilistici e quelli con la Bulgaria e la Romania sulle nuove basi non solo rappresentano una minaccia per la sovranità dell’Europa, ma crea un rischio reale di apertura di una nuova fase di scontro in Europa.

Il ritiro delle truppe NATO e della coalizione occidentale guidata dagli Stati Uniti dall’Iraq e l’Afghanistan costituisce un passo necessario all’interno del processo politico per la dissoluzione della NATO. La comunità internazionale così come l’Unione Europea devono sostenere la popo-lazione afgana nella ricerca di una soluzione politica e di modalità non-militari sulla base del ri-spetto del diritto internazionale e dei diritti umani. Quali ulteriori misure chiediamo inoltre la chiu-sura di tutte le basi NATO e USA in Europa. Siamo contrari alle istallazioni USA (o anche euro-pee) di satelliti di difesa con dispiegamenti europei o non-europei e sosteniamo pienamente i cit-tadini e le cittadine della Repubblica Ceca, della Polonia, della Bulgaria e della Romania che combattono contro di essi. Rigettiamo ogni utilizzo militare del sistema europeo Galileo.

Le politiche di sviluppo e di commercio dell’UE devono essere coerenti con gli Obiettivi di Svilup-po del Millennio e allinearsi al principio di eguaglianza tra tutti paesi. Gli accordi europei di parte-nariato bilaterali sono la strada sbagliata. La politica commerciale internazionale dell’Unione Eu-ropea deve essere in grado di fornire risposte adeguate per la risoluzione dei problemi globali sociali ed ecologici. Essa deve combattere la povertà in aumento e le ineguaglianze concentran-dosi sulla cooperazione allo sviluppo – si deve assolutamente porre fine all’uso improprio della cooperazione allo sviluppo che permettere di continuare relazioni di natura coloniale, che sosten-gono una sola delle parti, quella delle industrie d’esportazione che favoriscono le grandi aziende europee o che vengono utilizzate come strumento geopolitico. Vogliamo porre un divieto alla tra-sformazione del cibo in carburante. Chiediamo la cancellazione del debito dei paesi più poveri nel mondo e la revisione dei programmi di aggiustamento strutturali della Banca Mondiale e del Fon-do Monetario Internazionale.

Sosteniamo l’ulteriore sviluppo della cooperazione Mediterranea. Essa è la chiave per raggiunge-re la pace e la sicurezza in Medio Oriente. Il processo di Barcellona è in crisi. Trasformare tale processo in un’Unione Mediterranea più istituzionalizzata ha bisogno della partecipazione attiva di tutte le forze politiche e delle società civili dei paesi coinvolti. Un processo democratico e tra-sparente in grado di ridare vita ai rapporti tra tutti i paesi della regione e l’UE è l’unico modo per evitare che questo ambizioso progetto politico si trasformi in una struttura politica di ineguaglianza.

Un Mediterraneo di pace stabile e durevole è impossibile se non si risolve il conflitto in Medio O-riente. Prerequisito essenziale in questo senso è il riconoscimento e la realizzazione del diritto della popolazione palestinese ad avere uno stato indipendente e sostenibile, a fianco dello Stato di Israele – in cui tutti e tutte godano di eguali diritti e abitino pacificamente. La Sinistra Europea richiede che l’Unione Europea e i suoi Stati Membri si mobilitino in questa direzione facendo il possibile per porre immediatamente fine alle violenze in corso e alla violazione sistematica della legalità internazionale. Inoltre: l’Europa ha bisogno di emanciparsi dal piano del “Grande Medio Oriente” degli USA, di impegnarsi attivamente per la fine dell’occupazione militare dei territori pa-lestinesi, per la rimozione del Muro e per il pieno compimento di tutte le risoluzioni ONU relative. L’UE deve intraprendere più passi politici per richiedere il sostegno dei paesi arabi nella regione e per stimolare la crescente consapevolezza delle società civili per lavorare a una politica attiva di risoluzione dei conflitti. La Sinistra Europea rifiuta il corso intrapreso dalle politiche di scontro USA e UE nei confronti dell’Iran – in particolare per ciò che riguarda la soluzione del conflitto sull’utilizzo dell’energia nucleare e chiede negoziati politici rigorosi; la Sinistra Europea esprime la sua solidarietà alle forze politiche e sociali a favore della attuazione e protezione dei diritti umani in Iran.

La Sinistra Europea sottolinea il proprio impegno per un processo di sicurezza e cooperazione tra tutti gli Stati del Mediterraneo e delle regioni Medio Orientali, compreso il diritto della popolazione Sahrawi all’auto-determinazione sulla base delle esistenti Risoluzioni dell’ONU 1754 e 1783.

La Turchia deve rispettare e garantire in modo legalmente vincolante i diritti politici e umani di tutte le persone che abitano il paese, comprese le minoranze. Deve portare avanti riforme legali e sociali in accordo con la regola di diritto per aprire un cammino democratico e pacifico per tutti i cittadini Kurdi – trovando una soluzione politica della questione Kurda.

La mobilitazione significativa sul problema di Cipro e il cambio di clima avvenuto dopo le elezioni di Dimitris Christofias alla presidenza della Repubblica apre nuove prospettive di speranza in me-rito agli sforzi di riunificazione dell’isola. La condotta dei negoziati ufficiali tra i leader delle due comunità sotto gli auspici delle Nazioni Unite dovrebbe portare a una soluzione federale con due zone e due comuni eguagli politicamente, così come dichiarato dalle risoluzioni delle Nazioni Uni-te, e sulla base di accordi di alto livello fondati sul diritto internazionale ed europeo.

La Sinistra Europea favorisce la creazione delle condizioni politiche ed economiche per una coe-sistenza pacifica tra le popolazioni e gli Stati europei: l’Europa ha bisogno di uno spazio econo-mico e sociale che non esclude nessun paese europeo e che è basato su un variegato sistema di accordi bi e multilaterali. La Sinistra Europea è a favore di un ulteriore allargamento dell’Unione Europea per una struttura europea complessiva stabile che superi le attuali divisioni politiche ed economiche in Europa. Per questo la Sinistra Europea sostiene in particolar modo la preserva-zione della governance democratica, la protezione e implementazione dei diritti umani per tutte le persone nella loro vita quotidiana, rispetto e protezione delle minoranze e lo stato di diritto come prerequisiti importanti per i negoziati con i paesi candidati all’Unione Europea. L’Unione Europea stessa deve essere pronta politicamente ed economicamente a ulteriori passi di allargamento.

La Sinistra Europea richiede l’implementazione delle nuove politiche di vicinato fondate sull’eguaglianza, in particolare in merito ai paesi CIS (Comunità degli Stati Indipendenti) e agli stati dell’area dei Balcani occidentali.

IV. Una Europa democratica ed eguale.

La ricostruzione democratica dell’Europa resta ad oggi un compito prioritario.

Tutti gli esseri umani che abitano negli Stati Membri dell’Unione Europea hanno il diritto di parte-cipare alla costruzione dell’UE e del suo futuro sviluppo, a prescindere se essi ci siano nati o meno. L’Unione Europea deve aprirsi alla partecipazione democratica di tutte le persone o non avrà alcun futuro.

Vogliamo un rafforzamento dei diritti individuali e delle libertà così come dei i diritti politici e sociali fondamentali di tutte le persone che abitano nell’UE. La Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE deve diventare legalmente vincolante oltre ad essere ulteriormente sviluppata. L’UE dovrebbe sottoscrivere la Convenzione Europea per la Protezione dei Diritti Umani e delle Libertà Fonda-mentali. La Sinistra Europea intende garantire la piena parità tra donne e uomini in tutti gli aspetti della vita. L’Unione Europea deve proteggere e promuovere i diritti di coloro che sono discriminati a causa della loro origine etnica, orientamento sessuale e identità di genere, di religione, ideologica, disabile o di età. Chiediamo il rispetto dei diritti di tutte le minoranze e azioni consistenti contro il razzismo, la xenofobia, l’ultra-nazionalismo, lo sciovinismo, il fascismo, l’anti-comunismo, l’omofobia e tutte le altre forme di discriminazione.

L’Europa che vogliamo ha bisogno della democratizzazione dell’economia. Coalizione, co-determinazione e diritti di sciopero devono essere applicati in modo transfrontaliero. Ripudiamo la subordinazione degli standard sociali e sindacali alle libertà fondamentali del singolo mercato così come regolato dalla Corte Europea di Giustizia. Al contrario: i diritti e le opportunità dei la-voratori e delle lavoratrici di poter partecipare alle decisioni manageriali, per esempio sull’investimento o regolamentazione della produzione deve essere allargato e fissato per legge.

La Sinistra Europea è a favore di una politica culturale dell’UE basata sul dialogo interculturale e l’educazione. Resiste contro l’illimitata liberalizzazione dei servizi culturali. Vogliamo che il dialo-go tra le culture diventi un principio politico pacifista a livello europeo e locale. Sosteniamo la Convenzione UNESCO sulla Protezione e Promozione della Diversità delle Espressioni Culturali, in cui la preservazione e la promozione della diversità delle culture regionali sono vincolate al di-ritto internazionale.

Chiediamo inoltre una politica trasparente sui media. Le fonti della produttività economica, dell’egemonia culturale e politica così come il potere militare stanno dipendendo sempre di più dalla produzione, dallo stoccaggio e dalla conversione dell’informazione e la conoscenza. Per questo l’accesso alle informazioni delle società e le loro acquisizioni sono questioni essenziali per la partecipazione democratica sia a livello nazionale che europeo. Inoltre la democratizzazione della produzione, il trattamento e l’appropriazione dell’informazione e della conoscenza è un pas-so inevitabile per sfidare il capitalismo digitale. Siamo a favore delle strutture democratiche dei servizi mediatici pubblici, attraverso accessi facili e a basso costo alle pratiche culturali moderne come internet, codici gratuiti e programmazioni senza l’uso illegale dei social networks e dei dati personali.

E’ importante invertire il Processo di Bologna, la subordinazione della scuola, dell’università e della ricerca agli interessi delle industrie private, i produttori di profitto del libero mercato. L’educazione è un diritto umano. Deve essere inteso come processo aperto che ci renderà in grado di costruire le sfide democratiche del futuro, accessibili a tutte e a tutti.

Bisogna disegnare per la scuola pubblica europea un profilo saldamente ancorato ai principi e ai riferimenti valoriali che definiscono i tratti essenziali della cultura europea. La scuola deve perciò essere, in tutti gli stati membri, luogo di incontro e di libero confronto tra le culture che convivono in una società sempre più multiculturale e multireligiosa, come premessa necessaria allo sviluppo di una autentica educazione alla pace. Così come l’università deve essere messa in condizione di svolgere il suo ruolo preminente di formazione culturale e scientifica svincolata dalle logiche mercantili.

Per rivendicare lo spazio politico dell’Unione Europea per tutti i popoli che vi abitano il Parlamen-to Europeo deve poter assumere il potere di iniziativa legislativa. La partecipazione diretta nei processi decisionali europei, come l’Agora dei Cittadini introdotto dal Parlamento Europeo, inclusi i referendum a livello nazionale ed europeo sulle decisioni relative alle pietre miliari della stessa UE deve essere possibile. Le istituzioni europee (Consiglio, Commissione e Parlamento) devono essere aperte alla partecipazione delle società civili, che dovrebbero avere la possibilità di eserci-tare un controllo sulle loro decisioni. Le misure anti-terrorismo europee e le rispettive leggi che le regolano devono essere abbandonate. Vogliamo l’abolizione della lista anti-terrorismo della UE che limita le nostre libertà.

Vogliamo un’ Europa cosmopolita aperta alle migrazioni. Non vogliamo una fortezza Europa che rifiuta le persone bisognose. Una politica comune europea sulle migrazioni e i richiedenti asilo in accordo con la Convenzione di Ginevra è necessaria. Le persone che fuggono dalle persecuzioni a causa dei loro impegni politici, ideologici, religiosi o di orientamento sessuale devono trovare protezione ed asilo in Europa. Chiediamo il riconoscimento delle persecuzioni basate sul genere e di carattere non-governativo quali ragioni per richiedere asilo e chiediamo una protezione spe-cifica per i bambini rifugiati. Per questo, rifiutiamo l’attuale sistema FRONTEX di controllo delle frontiere e chiediamo l’annullamento dei piani relativi alla realizzazione e implementazione della “Direttiva del Ritorno”. I centri di detenzione devono essere chiusi.

Noi, i partiti della Sinistra Europea, portiamo avanti una mobilitazione comune nei nostri paesi per raggiungere questi obiettivi nel percorso verso le elezioni del Parlamento Europeo del 2009. Vogliamo un gruppo parlamentare forte in grado di cambiare l’Europa. Ogni voto per un candida-to o una candidata della Sinistra Europea è un voto per un’Europa di pace, sociale, ecologica, democratica e femminista che vive in solidarietà!

Cogli la tua occasione, cambia l’Europa ora!

giovedì 12 febbraio 2009

in difesa della scuola pubblica, di Piero Calamandrei

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso

dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN),
Roma 11 febbraio 1950

[Pubblicato in Scuola democratica, periodico di battaglia per una nuova scuola, Roma, iv, suppl. al n. 2 del 20 marzo 1950, pp. 1-5]

Cari colleghi,

Noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle università [...]. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla Difesa della scuola. Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo? Qual è la scuola che noi difendiamo? Qual è il pericolo che incombe sulla scuola che noi difendiamo? Può venire subito in mente che noi siamo riuniti per difendere la scuola laica. Ed è anche un po’ vero ed è stato detto stamane. Ma non è tutto qui, c’è qualche cosa di più alto. Questa nostra riunione non si deve immiserire in una polemica fra clericali ed anticlericali. Senza dire, poi, che si difende quello che abbiamo. Ora, siete proprio sicuri che in Italia noi abbiamo la scuola laica? Che si possa difendere la scuola laica come se ci fosse, dopo l’art. 7? Ma lasciamo fare, andiamo oltre. Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà [...].

La scuola, come la vedo io, è un organo “costituzionale”. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola “l’ordinamento dello Stato”, sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue [...].

La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l’alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società [...].

A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità (applausi). Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali.

Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione, sia pure con una formula meno immaginosa. È l’art. 34, in cui è detto: “La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Questo è l’articolo più importante della nostra Costituzione. Bisogna rendersi conto del valore politico e sociale di questo articolo. Seminarium rei pubblicae, dicevano i latini del matrimonio. Noi potremmo dirlo della scuola: seminarium rei pubblicae: la scuola elabora i migliori per la rinnovazione continua, quotidiana della classe dirigente. Ora, se questa è la funzione costituzionale della scuola nella nostra Repubblica, domandiamoci: com’è costruito questo strumento? Quali sono i suoi principi fondamentali? Prima di tutto, scuola di Stato. Lo Stato deve costituire le sue scuole. Prima di tutto la scuola pubblica. Prima di esaltare la scuola privata bisogna parlare della scuola pubblica. La scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius. Per aversi una scuola privata buona bisogna che quella dello Stato sia ottima (applausi). Vedete, noi dobbiamo prima di tutto mettere l’accento su quel comma dell’art. 33 della Costituzione che dice così: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”. Dunque, per questo comma […] lo Stato ha in materia scolastica, prima di tutto una funzione normativa. Lo Stato deve porre la legislazione scolastica nei suoi principi generali. Poi, immediatamente, lo Stato ha una funzione di realizzazione [...].

Lo Stato non deve dire: io faccio una scuola come modello, poi il resto lo facciano gli altri. No, la scuola è aperta a tutti e se tutti vogliono frequentare la scuola di Stato, ci devono essere in tutti gli ordini di scuole, tante scuole ottime, corrispondenti ai principi posti dallo Stato, scuole pubbliche, che permettano di raccogliere tutti coloro che si rivolgono allo Stato per andare nelle sue scuole. La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell’art. 33 della Costituzione. La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti. La scuola è l’espressione di un altro articolo della Costituzione: dell’art. 3: “Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali”. E l’art. 151: “Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”. Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni [...].

Quando la scuola pubblica è così forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell’articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano con certe garanzie che ora vedremo alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia. Ma rendiamoci ben conto che mentre la scuola pubblica è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica, la scuola privata è espressione di varietà, che può voler dire eterogeneità di correnti decentratrici, che lo Stato deve impedire che divengano correnti disgregatrici. La scuola privata, in altre parole, non è creata per questo.

La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta. Quindi, perché le scuole private sorgendo possano essere un bene e non un pericolo, occorre: (1) che lo Stato le sorvegli e le controlli e che sia neutrale, imparziale tra esse. Che non favorisca un gruppo di scuole private a danno di altre. (2) Che le scuole private corrispondano a certi requisiti minimi di serietà di organizzazione. Solamente in questo modo e in altri più precisi, che tra poco dirò, si può avere il vantaggio della coesistenza della scuola pubblica con la scuola privata. La gara cioè tra le scuole statali e le private. Che si stabilisca una gara tra le scuole pubbliche e le scuole private, in modo che lo Stato da queste scuole private che sorgono, e che eventualmente possono portare idee e realizzazioni che finora nelle scuole pubbliche non c’erano, si senta stimolato a far meglio, a rendere, se mi sia permessa l’espressione, “più ottime” le proprie scuole. Stimolo dunque deve essere la scuola privata allo Stato, non motivo di abdicazione.

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito. Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c’è un’altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime. Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).

Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.

Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna di­scutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: (1) ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. (2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. (3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l’operazione [...]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito [...].

Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell’art. 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: “Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo Stato”. Come sapete questa formula nacque da un compromesso; e come tutte le formule nate da compromessi, offre il destro, oggi, ad interpretazioni sofistiche [...]. Ma poi c’è un’altra questione che è venuta fuori, che dovrebbe permettere di raggirare la legge. Si tratta di ciò che noi giuristi chiamiamo la “frode alla legge”, che è quel quid che i clienti chiedono ai causidici di pochi scrupoli, ai quali il cliente si rivolge per sapere come può violare la legge figurando di osservarla [...]. E venuta così fuori l’idea dell’assegno familiare, dell’assegno familiare scolastico.

Il ministro dell’Istruzione al Congresso Internazionale degli Istituti Familiari, disse: la scuola privata deve servire a “stimolare” al massimo le spese non statali per l’insegnamento, ma non bisogna escludere che anche lo Stato dia sussidi alle scuole private. Però aggiunse: pensate, se un padre vuol mandare il suo figliolo alla scuola privata, bisogna che paghi tasse. E questo padre è un cittadino che ha già pagato come contribuente la sua tassa per partecipare alla spesa che lo Stato eroga per le scuole pubbliche. Dunque questo povero padre deve pagare due volte la tassa. Allora a questo benemerito cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, per sollevarlo da questo doppio onere, si dà un assegno familiare. Chi vuol mandare un suo figlio alla scuola privata, si rivolge quindi allo Stato ed ha un sussidio, un assegno [...].

Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? È un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica. Per portare un paragone, nel campo della giustizia si potrebbe fare un discorso simile. Voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini, hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche dagli arbitri. Ma l’arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l’arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri! [...]. Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito [...].

Poi, nella riforma, c’è la questione della parità. L’art. 33 della Costituzione nel comma che si riferisce alla parità, dice: “La legge, nel fissare diritti ed obblighi della scuola non statale, che chiede la parità, deve assicurare ad essa piena libertà, un trattamento equipollente a quello delle scuole statali” [...]. Parità, sì, ma bisogna ricordarsi che prima di tutto, prima di concedere la parità, lo Stato, lo dice lo stesso art. 33, deve fissare i diritti e gli obblighi della scuola a cui concede questa parità, e ricordare che per un altro comma dello stesso articolo, lo Stato ha il compito di dettare le norme generali sulla istruzione. Quindi questa parità non può significare rinuncia a garantire, a controllare la serietà degli studi, i programmi, i titoli degli insegnanti, la serietà delle prove. Bisogna insomma evitare questo nauseante sistema, questo ripugnante sistema che è il favorire nelle scuole la concorrenza al ribasso: che lo Stato favorisca non solo la concorrenza della scuola privata con la scuola pubblica ma che lo Stato favorisca questa concorrenza favorendo la scuola dove si insegna peggio, con un vero e proprio incoraggiamento ufficiale alla bestialità [...].

Però questa riforma mi dà l’impressione di quelle figure che erano di moda quando ero ragazzo. In quelle figure si vedevano foreste, alberi, stagni, monti, tutto un groviglio di tralci e di uccelli e di tante altre belle cose e poi sotto c’era scritto: trovate il cacciatore. Allora, a furia di cercare, in un angolino, si trovava il cacciatore con il fucile spianato. Anche nella riforma c’è il cacciatore con il fucile spianato. È la scuola privata che si vuole trasformare in scuola privilegiata. Questo è il punto che conta. Tutto il resto, cifre astronomiche di miliardi, avverrà nell’avvenire lontano, ma la scuola privata, se non state attenti, sarà realtà davvero domani. La scuola privata si trasforma in scuola privilegiata e da qui comincia la scuola totalitaria, la trasformazione da scuola democratica in scuola di partito.

E poi c’è un altro pericolo forse anche più grave. È il pericolo del disfacimento morale della scuola. Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. È il tramonto di quelle idee della vecchia scuola di Gaetano Salvemini, di Augusto Monti: la serietà, la precisione, l’onestà, la puntualità. Queste idee semplici. Il fare il proprio dovere, il fare lezione. E che la scuola sia una scuola del carattere, formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali. Si va diffondendo l’idea che tutto questo è superato, che non vale più. Oggi valgono appoggi, raccomandazioni, tessere di un partito o di una parrocchia. La religione che è in sé una cosa seria, forse la cosa più seria, perché la cosa più seria della vita è la morte, diventa uno spregevole pretesto per fare i propri affari. Questo è il pericolo: disfacimento morale della scuola. Non è la scuola dei preti che ci spaventa, perché cento anni fa c’erano scuole di preti in cui si sapeva insegnare il latino e l’italiano e da cui uscirono uomini come Giosuè Carducci. Quello che soprattutto spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni. Questi uomini che dieci anni fa erano fascisti, cinque anni fa erano a parole antifascisti, ed ora son tornati, sotto svariati nomi, fascisti nella sostanza cioè profittatori del regime.

E c’è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento. Vedete, fu detto giustamente che chi vinse la guerra del 1918 fu la scuola media italiana, perché quei ragazzi, di cui le salme sono ancora sul Carso, uscivano dalle nostre scuole e dai nostri licei e dalle nostre università. Però guardate anche durante la Liberazione e la Resistenza che cosa è accaduto. È accaduto lo stesso. Ci sono stati professori e maestri che hanno dato esempi mirabili, dal carcere al martirio. Una maestra che per lunghi anni affrontò serenamente la galera fascista è qui tra noi. E tutti noi, vecchi insegnanti abbiamo nel cuore qualche nome di nostri studenti che hanno saputo resistere alle torture, che hanno dato il sangue per la libertà d’Italia. Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell’avvenire. Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.