venerdì 30 maggio 2008

il governo Berlusconi e la scuola: interessante analisi da l'unità

Se la scuola va al mercato


di Marina Boscaino - L'Unità


L'Unità - venerdì 30 maggio 2008 - pag. 26

Se la scuola va al mercato

Il duo Brunetta-Gelmini trova - come era prevedibile - un alleato fedele nei poteri forti che sovrintendono alla scuola nei tempi bui. Giorgio Vittadini, ex presidente nazionale della Compagnia delle Opere, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, un’altra società facente capo a Comunione e Liberazione, dalla prima pagina de il Giornale di qualche tempo fa, ha lanciato «Tre idee per la scuola»: parità, autonomia, valutazione.

Una prima osservazione: il centrodestra sembra aver capito il fondamentale ruolo che la scuola può giocare nel panorama del Paese. Nonostante sull’argomento in campagna elettorale non abbiano speso parole diverse da quelle che annunciavano il ritorno della scuola delle “3i”, dopo la vittoria elettorale la scuola ha assunto un ruolo di primo piano nelle esternazioni di molti membri del Governo; oltre alle discutibili anticipazioni dei ministri dell’Istruzione e dell’Università e dell’Amministrazione e Innovazione, il presidente della Camera Fini e lo stesso premier sono tornati diverse volte sull’argomento, direttamente e non.

La cosa non può rallegrare chi ha a cuore la sorte della scuola pubblica; né chi crede realmente al fatto che la cura della scuola rappresenti il punto di partenza per una rinascita effettiva - sul piano culturale e civile - del Paese. Tra le tante cose che il “rinnovato” centrodestra sembra aver capito, c’è anche il fatto che la scuola è un vero e proprio albero di trasmissione di istanze e modelli. E che quindi su di essa si debba investire ideologicamente per creare consenso e forgiare coscienze.

Nell’articolo di Vittadini si lascia molto spazio alla parola “libertà”. Il partigiano “morto per la libertà” è uno sbiadito ricordo, che molti tendono a liquidare: non va più di moda. E da qualche tempo, nei fatti, si recita il requiem per il significato che a quella parola ha attribuito una porzione importante della storia del Novecento. L’abuso del termine e l’assimilazione di esso a modelli economici “vincenti” ne limita potenzialità e ne cancella la tradizione, appiattendolo su significati economicisti, individualisti, non solidali.

Appellandosi alla legge 62/2000 (la Berlinguer sulla parità scolastica, la madre di tutte le derive privatistiche) Vittadini propone di «attuare anche a livello nazionale, come già preannunciato dal ministro Gelmini, quella parità economica tra scuola dello Stato e privata che, laddove si è cominciato a fare in alcune regioni con l’adozione di voucher, ha raggiunto risultati lusinghieri (...). Occorre dare soldi alle famiglie con parametri di equità e poi riconoscere loro la facoltà di scegliere le scuole che preferiscono per il bene del ragazzo».

Requiem anche per l’art. 33 della Costituzione, che come è noto, prevede che «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato»: lo scardinamento totale della centralità del sistema pubblico. Già, pubblico: un’altra parola che non va più di moda, con la scusa di omologarla ad inefficienza, a demotivazione, a inerzia elefantiaca.

Invece di curare le cause di questo spesso legittimo accostamento, si approfitta per buttare il bambino con l’acqua sporca, liquidando - insieme alla scuola pubblica - i valori che essa configura: tutela di pari opportunità per tutti i cittadini; laicità; garanzia della rimozione degli ostacoli che garantiscono l’uguaglianza; accoglienza, emancipazione, condivisione nella diversità; libertà di insegnamento e diritto allo studio. Gettare frettolosamente tali principi nelle fauci di quell’esigente Minotauro che si chiama mercato, si sa, è una delle massime ambizioni del centro destra; ma una finalità che nemmeno il centro sinistra ha colpevolmente disdegnato.

L’operazione porta con sé automaticamente il secondo passaggio del ragionamento di Vittadini: «per favorire un’esperienza di libertà di educazione anche nella scuola statale, occorre conferire alle famiglie pieno autogoverno». L’uso dell’avverbio “anche” non è casuale, e dà un senso ulteriore alla manipolazione del significato della parola libertà cui si accennava.

La proposta di Vittadini per rendere le famiglie definitivamente consumatrici della merce-scuola (possibilmente privata), fomentate dall’induzione di bisogni diversificati e illimitati, legittimate e lusingate da un protagonismo mercantile in un servizio a domanda individuale si configura in una curiosa e pericolosissima revisione del concetto di autonomia: «finora è stata data una parziale autonomia di curriculum (20%), un’autonomia didattica paralizzata da enormi rigidità delle cattedre, un’automomia finanziaria bloccata dall’impossibilità di raccogliere soldi sul mercato senza reale autogoverno».

Largo dunque alla scuola del Nord, con programmi autonomi e insegnanti reclutati autonomamente; largo al mercato dell’incanto e ponti d’oro al miglior offerente: la concorrenza come criterio privilegiato; largo alla flessibilità lavorativa.

Infine la valutazione «esterna della scuola mediante l’accertamento degli apprendimenti e delle competenze dei ragazzi e rilevando le abilità professionali degli insegnanti e dei dirigenti». Questo Mago Merlino del liberismo la fa un po’ troppo facile. Certo, tutto potrebbe essere realmente facile: i numeri ci sono, la determinazione anche. Mi chiedo se, al di là delle buone maniere, del bipartisan a tutti i costi, dei mutamenti di tono, del gentlemen agreement quel che resta dell’opposizione parlamentare vorrà considerare con allarme queste proposte che - ne sono certa - non tarderanno ad essere accolte da Viale Trastevere.

Onorevole Maria Pia Garavaglia, ministro ombra della Pubblica Istruzione, se ci sei batti un colpo. Donne e uomini - dentro e fuori dal Parlamento - che avete a cuore il futuro del nostro Paese, di cui la scuola pubblica è garanzia, non scoraggiamoci: l’opposizione siamo anche noi. 


venerdì 23 maggio 2008

quanto costa la chiesa cattolica agli italiani? interessante articolo da retescuola

http://www.retescuole.net/contenuto?id=20080522175303

 

 

Milano , 22/05/2008

"La questua" e l'insegnamento della religione cattolica

 

di Gianni Gandola

 

E’ uscito in questi giorni il libro di Curzio Maltese “La questua”, sottotitolo “quanto costa la Chiesa agli italiani”. Il libro, di notevole interesse, ha una prefazione del direttore di Repubblica Ezio Mauro e riprende sostanzialmente una serie di articoli-inchiesta già pubblicati a puntate sulle pagine di Repubblica nell’ottobre-novembre 2007. L’obiettivo dichiarato di Maltese è di tenersi lontano da considerazioni di tipo ideologico o etico ma di prendere in esame dati oggettivi, i “dati economici”. Informare cioè sui meccanismi di finanziamento pubblico alla Chiesa cattolica. Non risulta che, dal novembre scorso ad oggi, vale a dire dalla pubblicazione degli articoli su Repubblica, vi siano state da parte del Vaticano smentite, contestazioni nel merito, querele, ecc. Questo dovrebbe bastare per considerare attendibili i dati messi in evidenza da Curzio Maltese nelle sue inchieste.

Un dato sorprendente, che anche noi non conoscevamo, riguarda innanzi tutto la questione dell’8 per mille, istituito dalla legge 222 del 1985. Diciamo “innanzi tutto” per sottolinearne l’importanza, in quanto l’8 per mille costituisce la maggiore entrata della Chiesa cattolica, pari a un miliardo di euro l’anno. Quello che i cittadini italiani non sanno, perché non c’è stata alcuna informazione da parte degli organi dello Stato in tal senso (e tantomeno dagli spot pubblicitari della Chiesa cattolica, per la maggioranza degli italiani l’unica fonte di informazione sull’argomento) è il fatto che il 60 per cento degli italiani non esprime preferenze nella dichiarazione dei redditi, lascia in bianco la voce "otto per mille". E soprattutto il fatto che le quote non espresse -il 60 per cento, appunto- sono comunque assegnate sulla base del 40 per cento di quanto è stato espresso e finiscono quasi al 90 per cento del totale nelle casse della Cei (grazie al 35 per cento che indica “Chiesa cattolica” fra le scelte ammesse) . Incredibile ma vero, a quanto pare: i cittadini italiani, in base a questo meccanismo (diverso peraltro dal successivo 5 per mille, nato nel 2006) sono di fatto “costretti”, volenti o nolenti, consapevoli o meno, a contribuire pecuniariamente non a qualsivoglia culto ma a uno solo. In altri paesi “concordatari”, come la Spagna, le quote “non espresse” (in questo caso si tratta del cinque per mille) rimangono alla Stato. In Italia vanno alla Chiesa cattolica, alla faccia del contributo volontario..!

Ma veniamo a quello che ci riguarda più da vicino, e cioè alla scuola. Qui per la Chiesa cattolica vi sono due principali fonti di entrata, gli stipendi degli insegnanti di religione e i finanziamenti diretti dello Stato alle scuole private, di cui le scuole cattoliche sono la gran parte. L’ora “facoltativa” di religione, secondo le inchieste di Curzio Maltese, costa ai contribuenti italiani circa un miliardo di euro all’anno. E’ la seconda voce di finanziamento diretto dello Stato alla confessione cattolica, di pochi milioni inferiore all’8 per mille. Vi sono oggi, nel 2008, 25.679 insegnanti di religione, dei quali 14.670 passati nei ruoli statali, grazie ai concorsi promossi dal governo Berlusconi e proseguiti dal governo Prodi. Al di là della “strana” situazione giuridica degli insegnanti di religione, al centro di infinite diatribe legali (se l’ora di religione è un insegnamento facoltativo non dovrebbe prevedere docenti “di ruolo”, scelti peraltro dai vescovi), quello che è interessante notare è la disparità di trattamento economico tra insegnanti “normali” e di religione. A parità di prestazione infatti gli insegnanti di religione guadagnano di più dei colleghi delle materie obbligatorie. Per uno dei tanti misteri burocratici italiani, una disposizione di legge che assegnava uno scatto biennale di anzianità del 2,5 per cento sullo stipendio a tutti i precari è stata applicata soltanto a una categoria, quella dei docenti di religione. Il vantaggio, a quanto pare, è stato confermato, e anzi consolidato con il passaggio in ruolo. Lasciamo perdere altre considerazioni, pure di rilevanza cruciale e che Scuolaoggi ha già fatto, sulla contraddittorietà dell’insegnamento “facoltativo” di una confessione religiosa all’interno dell’orario scolastico di base, “obbligatorio” (guai pensare di affiancare all’ora di cattolicesimo altre religioni o addirittura lo studio della storia delle religioni, come avviene in tutta Europa, con le sole eccezioni di Irlanda e Cipro..!), ma tutto questo è abbastanza singolare, per usare un eufemismo. Un altro mistero della fede?

Altra fonte di finanziamento rilevante è quello diretto dello Stato alle scuole private, in maggioranza cattoliche. Nel 2005 l’ammontare dei contributi alle scuole non statali è stato di 527 milioni di euro (circolare ministeriale 38/2005). Nel 2006, a fronte dei tagli all’istruzione apportati dalla legge finanziaria, i finanziamenti diretti alla scuola privata sono stati incrementati fino a 532,3 milioni. Come sottolinea Curzio Maltese si tratta di “aiuti di Stato” alle scuole cattoliche negati per mezzo secolo dalla stessa Democrazia cristiana, da De Gasperi in poi (in base all’articolo 33 della Costituzione, con la famosa dicitura “senza oneri per lo Stato”), inaugurati poi con la legge 62 del 2000 (governo D’Alema, Luigi Berlinguer all’istruzione), dilagati nel periodo Berlusconi-Moratti e mantenuti dal ministro Beppe Fioroni.

In realtà, osserva Curzio Maltese, se si aggiungono altri “benefici” e vantaggi fiscali (esenzione dall’Ici, sconti su Ires, Irap e altre imposte, elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico), la Chiesa cattolica costa ogni anno ai contribuenti italiani una cifra vicina ai 4 miliardi e mezzo di euro, mille miliardi di vecchie lire. Più del costo della politica, del “prezzo della casta” (balzato agli onori della cronaca dopo il libro di Stella e Rizzo), calcolato in 4 miliardi di euro l’anno. Cifre iperboliche, appunto.

Diversi anni fa, sul “Mondo” del 17 maggio 1960, Ernesto Rossi scriveva “Quando si tratta della “roba” i monsignori del Vaticano hanno la pelle delicata come quella della principessina che non riuscì a chiudere occhio tutta la notte per il pisello che le avevano messo sotto sette materassi”.L’aspetto concreto della “roba”, al di là delle ideologie o dell’anticlericalismo di maniera, costituisce senza dubbio un aspetto centrale. Una questione spinosa che si tende a scansare, soprattutto oggi, visto il clima culturale dominante nel Paese. “L’azione concreta dei governi nei confronti dei privilegi ecclesiastici – scrive Curzio Maltese – costituisce, assai più delle enunciazioni, un indicatore infallibile del grado di riformismo”. E conclude: “A questo punto, rimane soltanto da chiedersi se in Italia sia mai apparsa una grande forza riformista e modernizzatrice, al di là degli slogan. Ma se un giorno batterà un colpo, il primo sarà alle porte del Vaticano”. Come non condividere?

Gianni Gandola




Curzio Maltese, "La questua, quanto costa la Chiesa agli italiani", Serie Bianca Feltrinelli